Premio Tenco
di Andrea Belmonte

Si apre con la voce di un emozionato Peppe Voltarelli la 40^ edizione del Premio Tenco. A lui – “Targa Tenco 2016” come migliore interprete di canzoni non proprie – il compito di intonare Lontano lontano, consueta sigla della kermesse; voce e chitarra, ne regala una versione semplice e intima, forse un po’ incerta, vocalmente parlando, rispetto all’impeccabile originale lasciato dall’autore. Ma tant’è, l’Ariston è sempre l’Ariston.
Andata l’apertura, è la volta dei pezzi premiati, tratti dall’album Voltarelli canta Profazio e proprio il cantastorie siciliano, cui il disco è dedicato, si unisce sul palco a Voltarelli: 80 anni di brillante intelligenza, senso dello sberleffo e critica pungente, ha una tale statura sul palco che il pubblico gli tributa la prima grande ovazione della serata. La leggenda di Colapesce, Mafia e parrini, Qua si campa d’aria, Lu me paisi scorrono veloci e piacevoli, incantano e fanno riflettere. Davvero un ottimo inizio.
L’ospite seguente è un signore che, nel mondo ideale, sarebbe studiato a scuola: Pino Pavone, storico sodale di Piero Ciampi, prende le parole e ne fa poesia, non di quella complicata, alta, piuttosto poesia quotidiana, per tutti, di tutti. Accompagnato al pianoforte dal Maestro Marco Spiccio, altra istituzione della canzone d’autore, espone – non si può certo parlare di cantante nell’accezione che se ne ha oggi, credo Pino non se ne avrà a male – due canzoni dal suo ultimo disco La vita è dispari, per chiudere la sua performance con L’amore è tutto qui, scritta con Ciampi. Anche l’amore del pubblico per il poeta livornese è qui, stasera, si percepisce dall’emozionato applauso che accompagna la coda del brano.
La tradizione italiana si apre al mondo con l’ingresso di James Senese e Napoli Centrale, premiati per il miglior album in dialetto, O sanghe: voce partenopea, suoni nerissimi, tra jazz e fusion, un quartetto che trasuda groove e contaminazioni. Presenza azzeccatissima, considerato che il tema di quest’anno della rassegna sono le migrazioni.
La bussola della rassegna continua a spostarsi verso l’Africa, puntando dritta dritta sul Niger. Fa il suo ingresso Bombino, chitarrista touareg, che propone un set al fulmicotone con canzoni tratte da Azel, suo ultimo disco. Il suo è un desert-rock energico e molto aperto a sonorità anglo-americane: la performance è di grande impatto, anche se resta il rimpianto di non poter cogliere al volo il significato dei testi; una traduzione delle liriche a video avrebbe fatto ancor meglio entrare in contatto il pubblico con il mondo di questo interessantissimo artista.
Sale poi sul palco Sergio Staino, “premio operatore culturale 2016”: il pubblico accoglie con calore la pungente penna satirica italiana mentre il sindaco, temendo forse qualche improvvisa punzecchiatina, lo premia e lascia velocemente il palco una volta assolto il suo compito. Il direttore dell’Unità, accompagnato da Marco Spiccio al pianoforte, ringrazia a modo suo, con un’esecuzione riveduta e corretta di Genova per noi.
È la volta della Nuova Compagnia di Canto Popolare, che sbaraglia letteralmente il palco. 50 anni di carriera alle spalle sembrano non pesare affatto a Fausta Vetere e Corrado Sfogli, membri storici della Compagnia che, accompagnati da una formazione di tutto rispetto, raccontano con voce appassionata, sui ritmi incalzanti delle tammorriate, le storie degli ultimi e dei migranti. A mio parere la performance più emozionante della serata.
A Ivan Talarico, giovane attore-musicista, il compito, invero ingrato, di riportare l’adrenalina dell’Ariston a livelli di guardia. Antonio Silva, storico conduttore della rassegna, lo introduce come un “pazzo scatenato” e non mi sento di dissentire. Apre la sua esibizione con un velocissimo fluire di parole, legge un passo del suo ultimo libro e ci fa ascoltare quello che definisce il suo pezzo più “coraggioso”. Ne sbaglia un paio di volte le introduzioni alla chitarra e, a dire il vero, anche quando lo fa giusto non eccelle, musicalmente parlando. Di sicuro è un personaggio intelligente e interessante, forse più teatralmente che discograficamente, ma la sua collocazione in questa serata, molto orientata al folk e ai suoni dal mondo, non aggiunge nulla allo show né valorizza adeguatamente l’artista.
Chiude la serata il premiato con la “targa per il miglior disco d’esordio”, Francesco Motta. Quasi universalmente osannato dalla critica come fenomeno indie-cantautorale del momento, il musicista livornese, a mio avviso, non fa ascoltare nulla di particolarmente innovativo nel suo infilare tutti i cliché del caso: ampio uso d’effettistica, un immancabile “non me ne frega un cazzo” dentro una canzone, pedaliere illuminate come alberi di Natale usate così-così e un mondo sonoro che è stato già ampiamente bazzicato, molto prima di lui, da Marlene Kuntz e Afterhours, giusto per citarne due al volo. Motta chiude la performance chiamando alla chitarra Bombino: idea sulla carta interessante, vista la personalità chitarristica del nigeriano, ma il tutto sfuma in una lunghissima coda strumentale, un po’ fine a se stessa, senza un vero discorso melodico che ne giustificasse le interminabili battute (non ho contato, ma a orecchio saranno state almeno 30, tutte uguali). Il pubblico, comunque, apprezza molto, e sulle note dell’abilissima street band Bandakadabra, scelta quest’anno come “tappabuchi” delle serate, lascia soddisfatta la platea.
Ricapitolando, una prima serata di livello altissimo, quasi perfetta se non fosse stato per un paio di “inciampi” nella scaletta.


La seconda serata del “Premio Tenco 2016” riprende dalla Bandakadabra: la street band torinese tutta fiati e ritmo assolve egregiamente il compito di intrattenimento, coinvolgendo con simpatia e grandi abilità tecniche il pubblico che via via riempie l’Ariston.
La prima ospite in cartellone è la cantante Claudia Crabuzza da Alghero, “premio per il migliore album in dialetto” – pari merito con James Senese, ospite la prima sera – per Com un soldat; dall’album, cantato in lingua sarda, algherese per la precisione, ci fa ascoltare tre canzoni, per chiudere poi con un brano in italiano. Esibizione di cuore ma a mio avviso piatta, priva di particolari guizzi e dalla scarsa energia; come negli altri casi di artisti che cantano in lingue diverse dall’italiano, le traduzioni dei testi a video avrebbero migliorato comprensione e sintonia con gli ascoltatori.
Secondo ospite, notato dal Club Tenco durante una delle serate de “Il Tenco ascolta” – format con il quale il Club, in giro per l’Italia, fa esibire artisti che ritiene particolarmente meritevoli d’attenzione – è Gianluca Secco, che si presenta sul palco armato della sua sola voce, di una loop station e di un fortissimo carisma: impressiona il pubblico in sala con gli intrecci vocali che costruisce – parzialmente – dal vivo, sopra il suo timbro profondo. A me pare un John De Leo con qualche ottava d’estensione in meno. Interessante ma, alla lunga, un po’ monocorde.
Lula Pena, prima ospite internazionale della serata, è un’importante rappresentante del fado portoghese; presenza discreta e aggraziata, sale sul palco a piedi nudi, imbraccia la chitarra e, con il consueto trasporto cui il genere ci ha abituato, racconta le sue storie; peccato, anche in questo caso, non poter capire in diretta quel che sta cantando. Chiude omaggiando l’Italia con una personale versione di No potho reposare, canzone tradizionale sarda.
Secondo ospite internazionale è il grande cantautore americano Stan Ridgway; in trio con chitarra e piano porta finalmente un po’ di movimento sul palco sanremese, anche se, in generale, rispetto alla serata d’apertura, pare trovarsi di fronte a proposte molto meno adrenaliniche.
Successivamente torniamo in Italia con il buon Enzo Avitabile, anche se di solo Bel Paese non si può parlare, viste le molteplici influenze che l’artista partenopeo si porta dietro tra le sue note. Accompagnato dalla splendida voce di Amal Markus, la sua presenza è perfettamente calata nel tema della rassegna 2016, “le migrazioni e i popoli migranti”. Particolarmente toccante il momento in cui Avitabile si fa raggiungere sul palco dalla madre di Vittorio Arrigoni, rinnovando il mai abbastanza ripetuto invito a “restare umani”.
Segue un’incursione di Ivan Talarico, che suona un paio di canzoni, accompagnandosi rispettivamente con chitarra e piano. Come già annotato durante la prima serata, sicuramente capace e simpatico, musicalmente rimane poco comprensibile a chi scrive.
Il finale di serata riserva il momento probabilmente più alto della rassegna; viene infatti consegnato il “premio come miglior canzone singola” a Bomba intelligente, scritta dal compianto Francesco Di Giacomo e registrata nell’ultimo album da Elio e Le Storie Tese. In assenza della band, che impegnata altrove ringrazia tramite video-messaggio, l’esecuzione del brano viene affidata al compositore della musica Paolo Sentinelli e alla voce di Andrea Satta, cantante dei Têtes de Bois. Il testo della canzone è magnificamente naif, la musica lo supporta nel miglior modo, Andrea canta splendidamente, ispirato forse proprio dal ricordo dell’amico che appare, nelle battute finali della canzone, in voce – ahinoi solo virtualmente – chiudendola in toccante duetto.
Altro bel momento lo regala Niccolò Fabi: a lui il premio per il “miglior disco dell’anno” per Una somma di piccole cose: accompagnato dalla nuova band, infila in scaletta quattro canzoni tratte dall’album premiato. Acclamatissimo dal pubblico, concede un bis, che riporta il ricordo a un altro suo importante momento sanremese, questa volta al Festival, con Lasciarsi un giorno a Roma. Di Niccolò Fabi che altro dire se non rimarcarne il talento e il mestiere, per quanto la sua uscita dal palco senza neppure un saluto in più al pubblico, che continuava ad acclamarlo, mi abbia lasciato un pochetto di amaro in bocca.
Ed ecco, a ricalcare la prima serata, l'apparizione sul palco dalle quinte della Bandakadabra, che saluta il pubblico mentre si avvicina alle uscite, andando ad archiviare una seconda serata sicuramente un po' più lenta e meno convincente della scoppiettante “prima”.


Pubblicato il 26/10/2016