The Zen Circus
di Carmine Della Pia

Atlantico - Roma
2 Dicembre 2016


Tappa romana per gli Zen Circus e la loro Terza Guerra Mondiale. Il gruppo pisano ha presentato l’ultimo album, uscito lo scorso settembre, all’Atlantico di Roma durante una serata che si preannunciava già una vera e propria festa, più che un concerto.
A La Terza Guerra Mondiale è affidata l’apertura, un ottimo inizio per scaldare il pubblico, che accoglie il gruppo in modo particolarmente entusiasta. “Quanti di voi qui hanno vent’anni?”, chiede Appino, prima di partire con i primi accordi di Vent’anni, uno dei primi successi della band. Giusto un paio di brani di riscaldamento per arrivare ai primi cori per quello che è diventato, nel tempo, un vero e proprio inno per il Circo Zen. È lo stesso Appino che ricorda quanto quel pezzo e quel disco siano legati a Roma a partire dalla copertina: i tre erano immortalati davanti al Colosseo Quadrato, cartelli alla mano che recitavano, Andate Tutti Affanculo. “A chi è andato a vivere a Londra, Berlino, a Parigi, Milano o Bologna, ma le paure non han fissa dimora”, si canta in coro, anticipando uno dei grandi temi del Circo Zen. La vituperata provincia, eternamente relegata in secondo piano rispetto alla grande città, luogo di nicchia da cui si tenta di fuggire, ma tanto i disagi sono radicati e restano comunque. “Noi tre, alla fine, abbiamo giusto due o tre argomenti messi in croce che ripetiamo sempre in tutte le canzoni”, spiega Ufo. Già nel 2009, in Vecchi Senza Esperienza, il gruppo cantava “contro la provincia e contro il suo rancore, di chi l’ha preso in culo e non lo vuole raccontare”, tema, questo, ripreso idealmente in uno dei pezzi di punta del nuovo album.
Qual è la prima cosa che vi viene in mente quando sentite la parola Pisa?”, chiede retoricamente Appino, prima di Pisa Merda: “Tutto il Paese ci accosta al letame, tu fuggi quanto vuoi ma l’odore ti rimane”. E poi c’è un certo qualunquismo, già cantato dagli Zen ne Il Paese che Sembra una Scarpa, e qui ripreso in Zingara (il cattivista), “Difendo i miei cari, difendo i miei interessi, difendo la mia razza da tutti i compromessi. Difendo il cane, il gatto, guai a chi li tocca, ma a una zingara sì, gli sparo in bocca”.
L’Anima Non Conta è uno dei momenti migliori dell’intero live, un coro entusiasta che emoziona molto il gruppo stesso. E in Figlio di Puttana la partecipazione è ancora più forte quando è soltanto il pubblico a cantare tutta la prima parte, prima che Ufo sentenzi: “Va bene, avete già fatto tutto voi, passiamo direttamente al prossimo pezzo”. Mexican Requiem è una piccola chicca semisconosciuta ai fan dell’ultima ora, ma tra i momenti più riusciti della serata. Il pezzo, pubblicato sul primo album del gruppo - About Thieves, Farmers, Tramps e Policemen del 1998 - rappresenta qui un ritorno alle origini: il batterista Karim Qqru lascia la sua postazione, indossa una Washboard e suona tra il pubblico come nell’amata tradizione buskers. Canzone di Natale chiude la prima parte dello spettacolo, “siamo arrivati a quel punto del concerto in cui noi si fa gli idioti che ce ne andiamo, poi voi urlate ‘Fuori!’ e noi si esce di nuovo”.
Ma l’encore, questa sera, ha qualcosa di differente, perché Appino & Co. non sono giunti nella Capitale senza qualche amico di vecchia data. Il primo degli ospiti della serata è Giovanni Truppi, che entusiasma il pubblico con Ti Voglio Bene Sabino. Ma è con l’entrata di Motta che l’emozione diventa ancora più tangibile. “Per scegliere loro, ci ho messo dieci secondi”, dice Francesco, salutando il pubblico e parafrasando il pezzo che suonerà con gli Zen subito dopo, La Fine Dei Vent’Anni (vincitore della Targa Tenco 2016, sezione Opera Prima). “Francesco Motta è stato il quarto Zen qualche anno fa, e insieme abbiamo suonato con la regina del rock italiano”: così Appino presenta il terzo ospite, Nada. E così, il super gruppo di un tempo è ricomposto. Senza un perché, è un pezzo breve, apparentemente semplice, una delle tante perle nella recente produzione della cantante toscana: “Sono felicissima di essere qui, di nuovo circondata da questi ragazzacci”.
E tutti ascoltano comunque e sempre la stessa canzone, all’unisono alla radio e alla televisione, ripete un ritornello e dice che andrà tutto bene, ma tu, com’è che stai tu? Nessuno lo chiede più”. Ecco ciò che fa la differenza. Gli Zen Circus non si illudono di poter cambiare le cose con la loro musica, ma di renderle quantomeno più interessanti, quello è certo. Non assicurano che Andrà tutto bene, anzi, il più delle volte escludono l’ipotesi a priori, ma sono sinceri, ironici e scanzonati nel loro riprendere luoghi comuni, usi e costumi, qualunquismi e boiate varie, mi si passi un termine dialettale a loro ben conosciuto. “Com’è che stai tu?”, loro te lo chiedono. E, anche se nella maggior parte dei casi va di merda, te la cantano e te la suonano, e già va decisamente meglio.


Pubblicato il 07/12/2016