Motta
di Federica Dell'Isola

Iniziamo col dire che questo più che un semplice reportage vuole raccontare una doppia redenzione: quella del mio amore (artistico, ovviamente) verso Francesco Motta e quella del concerto del cantante pisano del 7 dicembre al Monk.
Ma andiamo per gradi.
Avevo visto Motta di sfuggita questa estate al festival di Asolo e devo ammettere che in quell’occasione non mi aveva colpito più di tanto, gli riconoscevo un’incredibile energia sul palco, ma nulla di più. Evidentemente, però, non ci avevo capito nulla.
La realtà è che La fine dei Vent’anni è un disco che non può essere sentito distrattamente e iniziando dal live, è un disco che va ascoltato, e va ascoltato nel momento giusto.
Ed ecco qui la prima redenzione: dopo aver prestato la dovuta attenzione al lavoro di esordio del cantautore pisano e ai suoi testi, ho capito che, in realtà, quello di Francesco Motta è un disco che merita tutti i riconoscimenti avuti fino ad oggi (“Premio Tenco” in testa) e anche di più.
Mi sembrava doveroso, oltre che necessario, quindi, dare un’altra possibilità a questo ragazzo che ha avuto il potere di farmi ricredere così tanto.

In un Monk stracolmo e sold out da un paio di giorni il concerto inizia con Se continuiamo a correre, che già questa estate mi aveva colpito per l’energia con cui Motta canta ogni singola parola (almeno questo lo avevo capito, meno male). Si passa poi a Del tempo che passa la felicità, un piccolo capolavoro di cantautorato italiano e probabilmente il pezzo più bello del disco. Sull’intro, però, l’impianto audio salta non una, non due ma tre volte, prima che venga annunciata una ulteriore sospensione di una ventina di minuti per cercare di risolvere definitivamente il problema.
Ed ecco la seconda redenzione: dopo circa mezz’ora, superato il timore che il concerto venisse annullato, ecco Motta e la sua band risalire sul palco e ricominciare tutto daccapo.
Così, quando il secondo brano passa il temuto ostacolo dell’intro ed esplode in tutta la sua bellezza e complessità ritmica, il pubblico, che stoicamente è rimasto numeroso e fiducioso, esulta di gioia e anche i musicisti sul palco sembrano tirare un sospiro di sollievo.
Da questo momento tutto filerà liscio e sopra e sotto il palco tutti sembreranno uniti da quel legame speciale che accomuna chi ha scampato il rischio di un cataclisma inaspettato.
Si arriva, quindi a Sei bella davvero, che forse è il pezzo più pop del disco e che se possibile accende ancora di più il pubblico.
Sul palco Motta non si risparmia, suona, salta e canta con una grinta che sembra quasi tradire un piccolo senso di rivalsa sulla sfortuna che aveva inutilmente tentato di rovinare un evento bello ed importante come un concerto sold out nella città che lo ha adottato.
E così, dopo essere passati per una quasi obbligatoria cover di Fango dei Criminal Jokers, si arriva a La fine dei vent’anni che, se questa estate mi aveva lasciata perplessa questa volta mi ha convinta, moltissimo. Evidentemente il testo quasi struggente scritto da chi i vent’anni non sembra proprio volerli lasciare, va conosciuto, metabolizzato e poi ascoltato live con la necessaria consapevolezza.
Si arriva, poi a Roma stasera, che dal vivo è incredibilmente potente e cupa e anche in questo caso ancora più intensa rispetto alla versione registrata in studio.
La band sale poi per un ultimo bis con Abbiamo vinto un’altra Guerra e Prenditi quello che vuoi, titoli che sembrano proprio la perfetta conclusione di un concerto così bello e sofferto.
Siamo stati tutti pazienti ma ce l’abbiamo fatta. L’abbiamo portata a casa.


Setlist:
Se continuiamo a correre
Del tempo che passa la felicità
Prima o poi ci passerà
Mio padre era un comunista
Sei bella davvero
Una maternità
Fango (Criminal Jokers cover)
La fine dei vent’anni
Roma stasera
Abbiamo vinto un’altra guerra
Prenditi quello che vuoi


Pubblicato il 20/12/2016