Marlene Kuntz
di Luciano Bellanova

Demodé Club – Modugno (BA)
10 marzo 2017

Questo è uno di quei concerti in cui un “millennial” come il sottoscritto cerca di sopravvivere alla dura legge del “io all’epoca avevo la tua età” dei quarantenni fan della prima ora. Eppure, se un tour come “Onorate il Vile” - commemorante i venti anni dall’uscita, appunto, de Il Vile, secondo lavoro in studio dei Marlene Kuntz - vuole avere davvero un senso che non sia quello unico di fungere da album dei ricordi per la vecchia guardia, allora quel senso non può che essere quello di poter dare un assaggio a chi comunque difficilmente riuscirà a ricreare quel triangolo canzone/esperienza di vita/contesto storico, a naturale sfavore dell’ultimo estremo. Cosa può fare, quindi, chi invece nel 1996 doveva ancora comparire nella mente, dalla pancia o dalle cure della propria madre? A mio parere la risposta è la seguente: cercare di ritrovare quei giorni, setacciando le aggressive vibrazioni di eventi come questo, in cui si ha la possibilità di uscirne con una piccola cicatrice in più sugli organi interni, segno che qualcosa di quel marasma è davvero riuscito nel miracolo del viaggio nel tempo. Qualcosa per cui non basta un feticismo per il vinile o per le audiocassette, insomma.
La tappa è quella del Demodé Club di Modugno (BA), locale che cerca lodevolmente di assecondare più direzioni diverse nella stesura del calendario eventi, che riserva la serata clou alla sala principale.
Ad aprire c’è Tesla, al secolo Raffaele Stellacci, che porta a casa il risultato con un breve set elettronico dall’anima analogica e il corpo krautrock avvelenato da esalazioni ambient; bassi e drum ridotti all’osso per un risultato di una stratificazione semplice, ma raffinata; purtroppo poco aiutata dai giochi di luce monotoni del palco, che avrebbero potuto dare senz’altro qualcosa in più a questo, comunque sia, piacevole antipasto.
Pochi minuti di cambio palco e le noti chiare e solenni della recente La città dormitorio suonano la carica per Godano e soci, quelli che vogliono dimostrare di “saper far bene rock”. Dopodiché , le chitarre dell’asse Godano/Tesio sono già sufficientemente calde da poter aprire la prima tranche di pezzi “vili” con 3 di 3 e il suo sferragliare stoner, che esplode nella potenza del ritornello ben supportato dai collaudati bombardamenti delle luci sul palco e dai movimenti sinuosi e quasi erotici del front-man; quest’ultimo richiama su di sé tutta l’attenzione del pubblico, mentre Tesio, Luca Bergia (batteria) e Luca ‘Lagash’ Saporiti (basso) rimangono per lo più avvolti nel fumo per far capolino quando c’è da picchiare, come nella seconda metà della successiva L’agguato, il cui riff si erge con tutta la sua drammaticità per imporsi sulla scaletta come il potenziale “main theme” (naturalmente a parte “Il vile”) di tutto quello che la band vorrebbe vomitare sui palchi di questo tour. Questa sera però non le riesce a pieno perché il pezzo mette definitivamente in risalto un’acustica del locale non proprio conciliante o magari un soundcheck eseguito in modo meno scrupoloso del solito. Sta di fatto che il suono risulti piuttosto sporco per tutto il concerto, soprattutto per quanto riguarda la voce di Godano, ridotta spesso a un ringhio sommesso che cerca di farsi strada in mezzo alla confusione. Altrettanto confuso risulta il suono del basso di Saporiti. Tutto questo rende sicuramente meno godibile la serata a chi i pezzi non li conosce più del normale, favorendo momenti da karaoke del pubblico più adorante, che riesce in qualche modo a colmare il gap.
Seguono la più gentile Formidabile e l’irriverente Fecondità, di nuovo dall’ultimo album Lunga Attesa. A ruota una doppietta ventennale con le scalpitanti Overflash e Cenere, dove è il wah-wah delle due chitarre a farla da padrone e poi di nuovo al 2016 con la ben costruita Niente di nuovo. La serie positiva di buone sensazioni viene purtroppo interrotta dalla poco convincente Leda, che anche nella versione live non riesce a dare l’impressione di essere uno dei pezzi forti dell’ultimo lavoro. Potente è invece l’esecuzione di Ape Regina, diffusamente considerato uno dei momenti più memorabili de Il Vile. Anche L’esangue Deborah e Come stavamo ieri non scherzano, con la loro intima narrazione ornata da folate post-rock intrise del lirismo dei Marlene più lenti e d’atmosfera, con sporadiche genuflessioni di fronte ai Kyuss più quietamente psichedelici. Si va di nuovo avanti veloce con Sulla strada dei ricordi, uno degli ultimi pezzi che più deve riconoscenza stilistica ai due che lo precedono, in cui comunque spicca il tono sentenzioso e aspro del Godano più recente. Si torna a gridare e a pogare con Retrattile, una bomba a grappoli lanciata sul pubblico a cui successivamente viene concessa la tregua da Ti giro intorno, in vista della più nevrotica e saltellante E non cessa di girare la mia testa intorno al mare, seguita dalla (in teoria) conclusiva Il vile.
Nell’encore la band si concede ripescaggi da altri album non toccati in precedenza in scaletta, con La mia promessa (Che cosa vedi), Ineluttabile (Ho ucciso paranoia) e Nuotando nell’aria (Catartica), con l’intromissione di Lunga attesa: praticamente una serie strizzate d’occhio alle coppiette presenti in sala.
La doppia natura commemorativa/promozionale della scaletta (che, come Godano ricorda a inizio concerto, è stata stilata quasi interamente dalla democrazia diretta del web) riesce sicuramente nell’intento di concedere all’orecchio il riposo dei cambi di tono, ma non riesce a soddisfare lo spettatore meno consumato (il “millennial” di cui sopra), magari al primo incontro con la band, sicuramente in cerca della proverbiale potenza dei Marlene. I quattro danno invece la sensazione di non avere le giuste motivazioni e la giusta grinta per dispensare uno spettacolo totalmente appagante, a cui servirebbe una maggiore cattiveria nella scelta dei brani, facilmente ottenibile peraltro, dato il vasto repertorio a disposizione. Non sempre bastano rispettabile reputazione, cieca riconoscenza e affetto quasi incondizionato. A mente fredda è lecito, tanto per gli appassionati quanto per chi non lo è, rimanere con dubbi e speranze riguardo al presente dei MK, pur trovando facile conforto nel riscoprire e onorare il passato.


Pubblicato il 20/03/2017



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