Bologna è davvero così violenta?
di Nicola Manzan

Sono andato a Bologna per la prima volta nel 2000.
Forse ci ero stato anche in precedenza, ma non ho ricordi a riguardo.
Avevo cominciato a frequentarla perché il batterista di una delle mie band era di Medicina, una cittadina nell'est bolognese.
Non mi piaceva l'aria che si respirava lì.
Sarà perché era una giornata afosa, in piena estate, in via delle Moline all'una del pomeriggio sembrava di stare in una sauna.
Sarà perché erano anni che tutti i miei amici "alternativi" il sabato mattina marinavano la scuola per andare al mercatino della Montagnola a comperare vestiti alternativi, scarpe improponibili e fumo pacco che, passata l'euforia del momento, aveva come unico effetto un gran mal di testa causato da quantitativi ignobili di paraffina.
Non volevo essere come loro, e non ci volevo andare in quel posto, mi sembrava che fosse la città dove tutti i freakettoni del nordest dovevano andare per sentirsi diversi dagli altri, per sentirsi più fighi di me che il sabato mattina a scuola ci andavo, perché, nonostante tutto, mi interessava finire quel ciclo di pseudo-studi al più presto.
Non mi piaceva l'idea di una città dove convogliavano tutti gli sfattoni d'Italia perché lì si poteva fare tutto ciò che si voleva. E sicché, tutto sommato, i miei interessi non erano così diversi dai loro.
Probabilmente la mia era solo invidia. Se non potevo passare un sabato intero a Bologna era perché il pomeriggio avevo lezione di violino (l'ho mai detto pubblicamente che il mio insegnate era uno stronzo? Beh, adesso l'ho fatto!), le prove col quartetto e chissà quali altre menate alla scuola di musica.
Sapevo benissimo che in città c'era molta cultura, che ci passavano a suonare tutti i miei gruppi preferiti, che da lì erano partiti un sacco di movimenti che avevano cambiato il corso della storia musicale e non, ma non sopportavo quest'aura di finta anarchia che mi veniva raccontata da chi la frequentava.
Il primo approccio alla città non è stato dei migliori: era esattamente come me la immaginavo, troppo grande, troppo traffico, i punkabbestia sotto i portici, gli eroinomani in piazza. Mi ricordo bene quel giorno, mentre passeggiavo in centro coi miei amici avevo un unico pensiero in testa: “qui non ci verrò mai a vivere”.
Invece nel 2003 è arrivata la grande decisione, ovverosia quella di lasciare Treviso e andare nella città dotta e grassa che, se da un lato mi spaventava, dall'altro mi attirava.
Era un periodo di grandi cambiamenti, avevo una band che stava per firmare con una major, un produttore ed un team di lavoro che stavano investendo tutto nel progetto, e anch'io stavo facendo la mia parte: un pasto al giorno nella pausa durante le dodici ore quotidiane in studio, dove registravamo quantità industriali di musica e dove prendevamo grandi decisioni per il futuro, le più grandi della mia vita, forse.
Poi, come capita spesso, un giorno mi sono svegliato da questo sogno in cui ero entrato ormai da due anni e mi son ritrovato col culo per terra. La major aveva scelto un'altra band da mettere sotto contratto, i soldi erano finiti, il meraviglioso team di lavoro si era sfaldato e nessuno aveva più voglia di continuare. Un disco finito buttato nel cesso, tutti i sogni infranti. Non ci sarebbero stati i video, i passaggi in radio, le interviste, le foto patinate, i playback in tv.
Meglio così, pensai; tutte queste cose non mi appartenevano, ero cresciuto con l'idea di fare il musicista serio, non la marionetta che fa quello che dicono i manager o le case discografiche.
Ero a Bologna, nella città dove tutti facevano cose fighe, dove tutti si conoscevano e facevano parte di questa o quella "scena", ed era come se io non ci fossi. O meglio, avevo il mio giro, anche interessante, non c'è che dire, ma la batosta era stata grande, i soldi erano finiti e bisognava ricominciare da capo. Avevo lasciato Treviso, dove lavoravo e avevo il mio giro, per andare in cerca di fortuna in una città che tutto sommato detestavo, solo per seguire un sogno che, a pensarci bene, non era il mio, ed ora dovevo pure ripartire da capo.
Ho compilato un curriculum online dell'Autogrill, offrivano posti di lavoro nei bar dell'aeroporto. Il giorno dopo mi ha chiamato Mimmo, un manager dallo spiccato accento napoletano che mi invitava a presentarmi il giorno dopo per il colloquio. Nonostante il primo pensiero fosse stato "fanculo, non ci andrò mai", mi presentai all'orario prestabilito ed incredibilmente mi assunsero (durante il colloquio non ero stato proprio il più simpatico e disponibile), complice il mio accento trevigiano che aveva fatto pensare al manager che fossi gay, ma più probabilmente perché ero stato molto chiaro nel dire che non mi interessava far carriera e che tutto quello che mi serviva erano i soldi a fine mese, il tutto a patto che non mi si rompessero troppo le palle e mi si lasciasse il tempo per qualche concerto (all'epoca erano davvero molto pochi). Dal canto mio promettevo una totale dedizione al lavoro ed una totale ed umile fedeltà all'azienda.
Da notare che l'azionista di maggioranza di Autogrill era (e forse lo è ancora) Benetton.
Ero fuggito da Treviso e dalla mentalità trevigiana per finire a Bologna alle dipendenze di un marchio trevigiano. Questa cosa mi faceva incazzare non poco.
Ovviamente dopo il primo giorno di lavoro pensavo che avrei lasciato perdere. Il tempo non passava mai e i colleghi avevano un modo di rapportarsi a me che non era proprio dei migliori. Diciamo che il primo approccio era sempre negativo, chiunque mi si parasse davanti mi copriva di insulti. Altri miei colleghi avevano minacciato azioni legali per mobbing, ma figurarsi se mi poteva fregare qualcosa di loro, dell'azienda e di tutto quello che ci girava intorno.
Decisi di continuare. Mi dissi: con lo stipendio del primo mese mi comprerò uno strumento, poi si vedrà.
Alla prima busta paga (venni ripreso anche perché non avevo un conto in banca) decisi di comperarmi un theremin, ma non uno di quelli fighi della Moog, mi interessava spendere poco e togliermi questa soddisfazione. Il fatto di avere un lavoro non indipendente che mi garantisse almeno la possibilità di portare avanti ciò per cui avevo sacrificato tutto (la musica, ovviamente), mi dava la forza per continuare e per presentarmi al lavoro munito di un mezzo sorriso (in autogrill bisogna sempre sorridere, è una delle regole fondamentali!!!).
Quindi andai su e-bay e trovai un tipo negli Stati Uniti che per 30 euro vendeva dei theremin ottici costruiti dentro le scatole delle mentine. Lo ordinai subito e quando arrivò decisi che avrei dovuto registrare un pezzo. Lo feci, era semplice ma molto hardcore, quasi grind. Era fichissimo, pensai, ero libero da manager, produttori e colleghi che mi dicevano cosa dovevo fare, insomma, nonostante tutto mi sentivo di nuovo libero.
Inoltre lo studio era esattamente sulla strada per andare al lavoro, quindi giorno per giorno per me era diventata un'abitudine quella di finire il mio turno e fermarmi in studio a fare un pezzo. Anche perché, cosa fondamentale, nei primi mesi di lavoro il mio turno era fisso: dalle 5.00 alle 9.00 di mattina, con relativa sveglia alle 3.40 che mi dava la possibilità di dare anche un'occhiata ai film che registravo di notte mentre facevo colazione. A quel punto le cose stavano cambiando: finito il turno di lavastoviglie, alle nove e mezza della mattina, con una quantità industriale di caffè in corpo, ero pronto a chiudermi in studio in solitudine a registrare pezzi che altro non erano se non uno sfogo totale dopo le quattro ore di tazzine raccolte dai tavoli e le umiliazioni continue.
"Sorridi, sei in Autogrill!", mi dicevano. "Ma io non sono felice", rispondevo, "ho un diploma in violino e sto qui a spaccarmi la schiena per voi, non è giusto". Ovviamente non mi hanno mai creduto finché non hanno visto coi loro occhi che il violino ce l'avevo, e che probabilmente lo sapevo anche suonare...
L'arrivo del theremin aveva segnato la svolta. Ora andavo al lavoro per prendermi i soldi per vivere, ma soprattutto quelle poche ore al giorno stavano diventando una grande ispirazione per il disco che avevo deciso di fare e che doveva rappresentare il mio disagio quotidiano, dovevano esserci dentro i caffè che facevo, i clienti cafoni e i colleghi imbarazzanti.
Nel giro di qualche mese avevo un cd di ventisei pezzi da ventisei secondi in mano, con la copertina fotocopiata e un nome, BOLOGNA VIOLENTA, che mi sembrava perfetto per la musica che stavo facendo e per tutto quello che aveva rappresentato per me la città di Bologna: la fine dei sogni, il ribaltamento delle certezze, il confronto-scontro con la realtà.
Mi sembra inutile star qui a scrivere quello che è successo negli anni a venire; ho lasciato Bologna e ci son tornato quando ero in difficoltà, ora me ne sono andato di nuovo, ma penso che potrei anche tornarci, se le condizioni tornassero ad essere favorevoli.
Ho fatto una marea di concerti portando in giro il nome di una città che non è la mia, sto registrando dischi che ancora mi parlano di quei posti, dove sono stato così bene e così male allo stesso tempo.
Ancora oggi sorrido quando mi chiedono se ho vissuto a Bologna per motivi di studio.
No, sono andato a Bologna per seguire dei sogni che inevitabilmente si sono infranti, probabilmente perché non erano i miei, probabilmente perché non ero la persona giusta per quei sogni.
Ora però posso finalmente dire che è la città che più mi ha aiutato a crescere, a diventare quello che sono. Alla faccia di tutti i finti alternativi che un tempo ritenevo più in gamba di me perché avevano il coraggio di andare contro le regole imposte e che ora sono diventati ciò che un tempo disprezzavano.


Pubblicato il 17/10/2011