"Seven songs while the city is sleeping": in ricordo di Ernesto De Pascale
di Guido Melis (Underfloor)

Dicembre inoltrato, è primo pomeriggio e mi trovo nella mia città, Firenze, a casa di Ernesto davanti a un piccolo “studio mobile”.
Alle mie spalle ho migliaia di dischi in vinile, ordinatamente disposti in modo da coprire un’intera parete: una presenza imponente e importante, alla quale chi entra per la prima volta in casa di Ernesto non può restare insensibile.
Vogliamo registrare il pianoforte, e abbiamo il dubbio di catturare anche la voce, quella voce che arriverà fino al missaggio finale ma che in questo momento pensiamo solo come una guida, preoccupandoci solo del suono del piano.
Ernesto è soddisfatto: finalmente inizia a fermare i nuovi brani.
Il pianoforte è stato accordato per l’occasione, e abbiamo trascorso una buona mezzora spostando aste e microfoni fino a trovare il suono giusto.
Sappiamo che questa sarà la base su cui verranno costruiti gli arrangiamenti dei brani, ma non sappiamo ancora fino in fondo quale direzione potranno prendere.
Su una cosa Ernesto è sicuro: niente batteria, poche parti percussive, niente chitarre ritmiche.
Insomma, si può andare liberamente, senza metronomo in cuffia (e la cosa solleva non poco Ernesto, lo so!).
E allora registriamo anche la voce!
D’accordo, Ernesto, però rientrerà nel piano, e probabilmente la dovremo sostituire in studio.
”Che importa? Lo sai che ci sono grandi dischi registrati con un SM58?”

Alla fine è davvero andata così...un grande disco registrato con un SM58, con un microfono, cioè, pensato per essere utilizzato dal vivo e dalle caratteristiche limitate.
Ma è proprio questa voce, la sua prossimità a rendere possibile l’idea di avere Ernesto presente, ancora una volta narratore gentile ma sempre autorevole.

La voce, dicevo.
Fin da quando Giulia Nuti ed io abbiamo, con non poca difficoltà e commozione, riaperto i “progetti” (così si chiamano tecnicamente i brani ancora aperti, dove mancano parti o strumenti, prima del missaggio finale) lasciati incompiuti dalla scomparsa di Ernesto, l’idea portante per terminare il disco è stata quella di farsi guidare dalla centralità di questa voce registrata in presa diretta, e rimasta poi testimone inequivocabile, assieme agli appunti di lavoro, di come Ernesto avrebbe voluto che suonassero i suoi brani.

Per questo motivo la prima parte del recupero di queste registrazioni è stato un lungo lavoro di ripulitura della traccia di voce guida, che a questo punto era diventata la voce definitiva.
Ernesto era riuscito a terminare e a sentire realizzato l’arrangiamento di due brani (Sixty-second kiss e White room, entrambi in seguito lievemente rielaborati) e ad impostare le linee guida di altri (My way or the highway e qualcosa di Subway to the west country, ma c’erano tre brani praticamente solo pianoforte e voce: Desert city of the heart, We were one e Wish you well).

Lavorare su materiale ancora vivo e plasmabile senza che l’autore possa più intervenire non è un processo scontato né lineare, e il rischio di “tradire” l’intento originale era sempre dietro l’angolo.
Assieme agli altri curatori del disco, in particolare Giovanni De Liguori, abbiamo fatto dei veri e propri brainstorming, cercando di fare in modo che il disco si sviluppasse in modo coerente e allo stesso tempo realizzabile.
Tutti i musicisti coinvolti sono persone che Ernesto conosceva di persona e grandemente stimava, e tutti hanno risposto con entusiasmo e grande coinvolgimento.
Tra una cosa e un’altra questo lavoro di arrangiamento e rifinitura delle strutture rimaste incompiute è durato un anno e mezzo, e fondamentale è stato l’apporto di Franco Godi, sia in qualità di arrangiatore e produttore di We were one sia in qualità di supervisore su quanto combinavamo in studio.

Le ultime settimane prima del mastering finale sono state intense e produttive, con gli ultimi contributi che arrivavano per via telematica e venivano inseriti nei brani ancora da completare, col missaggio ancora aperto...un modo di lavorare che sarebbe senz’altro piaciuto ad Ernesto.

Alla fine, sedersi e ascoltare il master finale è stato come chiudere un qualcosa che era rimasto sospeso e che voleva essere compiuto, e ritrovare l’ironia, la passione e il talento di Ernesto è stato immediato, e naturale.
Ancora una volta ho pensato che un disco è un compagno per la vita, perché ha la capacità, incredibilmente fisica, di ricreare un’esperienza metafisica: ed è per questo che ha ancora un senso farli, i dischi.


Pubblicato il 17/04/2013