Arte, faciloneria e best sellers: un'inversione di colpa
di Riccardo Prencipe (Corde Oblique)

Costantemente una fetta di addetti ai lavori nel campo dell'Arte continua a chiedersi perché alcuni libri come "Il codice Da Vinci", "Angeli e Demoni" e tanti altri simili siano tra i più venduti su larga scala, pur affermando cose oltremodo discutibili in senso storico-artistico; mentre testi come il "Caravaggio" di Roberto Longhi, "Rinascimento e Rinascenze nell'Arte occidentale" di Panowsky e altri capolavori del settore restino pressoché invenduti, oltre che misconosciuti ai non addetti ai lavori.
Sarebbe troppo facile, nonché ovvio, scagliarsi contro i best sellers sottolineandone le debolezze, le crepe e le falle storiche. Quello che mi interessa adesso è capire perché non riusciamo a fare dell'arte qualcosa di accattivante senza rinunciare alla tentazione di svenderla al mercato del falso. E quindi provo a puntare il dito contro chi, paradossalmente "sta dalla parte del giusto".
La prima colpa di tutto ciò non viene forse dagli addetti ai lavori o quanto meno da gran parte di essi?
Mi spiego: per intenderci, basta andare a seguire una lezione universitaria, o una lezione d'arte in un liceo, a volte anche una visita guidata. La gran parte dei docenti che mi è capitato di ascoltare si parla fra i denti, usa fotografie tristi e deprimenti di opere che invece sono tutt'altro che tristi, non ha grande comunicatività verbale. Il solo fatto di essere dei grandi studiosi (nel caso in cui lo siano) non li trattiene dal mettersi in discussione come comunicatori (e direi che la professione di DOCENTE debba distinguersi fortemente da quella di STUDIOSO) insegnare vuol dire interessare i propri studenti, svegliarli, fargli un'iniezione di curiosità. La sfida è vinta quando usciamo dalla classe con la voglia di scoprire, con il pepe nel cervello, mentre quando il docente si arrocca nella sua torre d'avorio accusando la platea di ignoranza la missione è fallita in pieno.
Leggiamo l'incipit di uno dei tanti libri di Storia dell'Arte "seri", "competenti"...Il risultato è in gran parte dei casi uno sbadiglio, seguito da un punto interrogativo. Il linguaggio in gran parte dei casi è criptico, verboso, scientifico, quasi si trattasse di un saggio di scienza, di anatomia, o di aritmetica.
Di recente ho chiesto a due insegnanti di cui ho gran stima quale sarebbe un testo che consiglierebbero ad una mente pensante che però è a digiuno completo della materia. La risposta è stata la medesima: "non esiste".
Esiste un modo di trattare l'arte con serietà accattivante? Esiste un modo di farla interagire con il cinema, la letteratura, la poesia, la musica, infiammando gli animi di chi deve fruirne senza per questo ingannarli con frottole epocali?
Dopo molti anni mi sono convinto che si dovrebbe puntare verso questa nuova direzione: una fruibilità che non rinunci alla bellezza e che non dimentichi che - in fondo - stiamo parlando della "Storia della Creatività", chiudo in merito con una frase che al riguardo mi è sempre sembrata assai istruttiva: "L'arte non concerne ciò che l'uomo conosce, ma ciò che l'uomo sente, tutto il resto è scienza". (Bernard Berenson)
Saluto e ringrazio tutti i lettori della Scena sperando che non si perda il senso di quello che disse Berenson un secolo fa.
Facciamo rivivere i musei, le chiese, luoghi senza folla, con proiezione di film, concerti, eventi, visite guidate di qualità al servizio di tutti e non lasciamoli soli a causa di elucubrazioni mentali ad appannaggio di pochi.


Pubblicato il 23/06/2013