Umberto Palazzo: radiografia di un album
di Umberto Palazzo

Mare Tranquillitatis è l'area della luna sulla quale sono allunati i primi uomini.
Nessun mare terrestre può essere definito della tranquillità perché la tranquillità del mare è sempre solo apparente.
I tempi che stiamo vivendo sono di tranquillità solo apparente, ci sono delle grandi tensioni sotto la superficie pronte ad esplodere.
Una calma fittizia, mediatica, chimica.

Nonostante siano passati degli anni dal “Fiore dell’agave”, tutti i pezzi di “Mare Tranquillitatis” tranne Cristo nel cemento sono stati scritti e registrati nel corso degli ultimi quindici mesi. Quando il tour delle “Canzoni della notte e della controra” si è fermato, mi è stato chiaro che non saremmo mai riusciti a rendere coerenti gli spunti che avevamo accumulato fino a quel momento e che era meglio ripartire da zero. Fin dall’inizio sapevo che sarebbe stato un disco diverso da tutti gli altri. La situazione nuova era che il mio lavoro solista mi aveva permesso di lavorare in maniera intensa sulla voce, sulla melodia e sull’atmosfera, quindi mi era ovvio che non ci doveva essere l’aspetto di songwriting tradizionale, cosa che negli altri album del Santo Niente c’è sempre stato. Il cantautore in me è sempre affiorato seppure in un contesto rock, ma ora il fatto che esistesse una mia carriera cantautorale effettiva rendeva inutile l’utilizzo della canzone e apriva la strada ad un album ricco di ricerca sonora e soluzioni musicali libere.
Ogni pezzo è un esperimento a sé stante. Il più importante di questi è secondo me Primo Sangue, il perno del disco, un pezzo di undici minuti fondamentalmente elettronico che ritengo forse il miglior brano in assoluto del Santo Niente, anche se è poi solo il tempo che permette di dare dei giudizi definitivi. L’altra idea di base dell’album era di non scrivere sulla chitarra e portare l’attenzione sulla ritmica, quindi basso, batteria e beat elettronici. Ho composto Primo Sangue a partire da una drum machine, proprio nel senso dell’oggetto. L’anno scorso ho comprato una vecchia Korg Electribe da un produttore drum’n’bass. Quel tipo di macchina usa suoni campionati che possono essere (e auspicabilmente sono) creati dall’utilizzatore. La batteria era stata interamente programmata, ci avevano lavorato tanto e il lavoro era interessante, c’erano memorizzati un sacco di operazioni in tempo reale sui filtri, quindi invece di cancellare i pattern, ho solo cancellato i suoni e inserito i miei, completamente a caso. Poi ho ascoltato cos’erano diventati i pattern con i miei suoni e il risultato era folle, molto più fico di ogni rosea aspettativa. Ho iniziato a scrivere pezzi su quei pattern, uno di questi è poi diventato Primo Sangue. Abbiamo costruito il pezzo su questa lunghissima progressione ritmica che culmina in un momento di assoluto primitivismo, intorno alla batteria elettronica buttata nel computer senza midi, in maniera molto selvaggia, sincronizzando le tracce a mano, poi ho stravolto alcuni suoni e ho sostituito altri con strumenti veri. Ho scritto il testo in dieci minuti, uscivo dalla discoteca dove lavoravo come dj e ho visto questa macchina improbabile in panne e i suoi passeggeri e mi sono immaginato una storia che si fonde perfettamente col beat fra house e kraut rock del pezzo.
Se Primo Sangue è il re del disco, Maria Callas è la regina. Il brano ha avuto una genesi molto travagliata e una serie lunghissima di versioni differenti. Ho scritto il testo originariamente per una composizione dei Death Mantra For Lazarus, l’ensemble post rock in cui suonavano Tonino Bosco, Lorenzo Conti e Federico Sergente, cioè i miei soci nel Santo Niente, ma il travestito Maria Callas non poteva mancare nella galleria dei personaggi delle canzoni del Santo Niente, a fianco dell’Aborigeno e di Alessia, anche perché “Mare Tranquillitatis” è un disco di personaggi in cui l’elemento autobiografico è deliberatamente tralasciato per dare spazio all’osservazione sociale. Ho lavorato molto su una versione glaciale e totalmente elettronica del pezzo, ma poi ha vinto la versione romantica e suonata, che meglio si addice alla natura dolente del vecchio travestito detto Maria Callas. In ogni caso prossimamente pubblicheremo anche l’altra versione.
In entrambi i pezzi gli strumenti acustici a corda (bouzouki, baglama, chitarra acustica) sono più importanti delle chitarre elettriche.
La traccia più sperimentale del disco è la conclusiva Sabato Simon Rodia. La musica è una composizione di Tonino Bosco, il bassista della band: un pezzo atonale e rumorista al quale ho aggiunto un testo al quale pensavo da un sacco di tempo. La figura di Rodia è affascinante ed è il simbolo totemico del disco. La sua filosofia artistica è anche un po’ la nostra, fare qualcosa che non c’era prima anche a costo di essere presi per pazzi dalla maggior parte della gente. Qualcosa di fantastico e di completamente inutile. Il pezzo è estremo e chiude il disco e anche il discorso, ma rimane accessibile.
Un certo tipo di problema è un omaggio alle mie radici post punk. La Germania, Bowie e i Joy Division aleggiano in quasi tutti gli angoli disco. Il pezzo è nato improvvisando liberamente con i loop del Kaossilator, una versione quasi giocattolo del Kaoss Pad, ma molto più potente di quello che l’aspetto lascerebbe supporre. Il pezzo suonava molto berlinese nel senso di Bowie, ma c’era bisogno di qualcosa che lo portasse su un altro livello. L’illuminazione l’abbiamo avuta con un’altra fortunata coincidenza quando mi è arrivato il link del primo cd degli String Theory, un trio impro in cui milita il sassofonista Sergio Pomante, che è un buon amico da quando abbiamo registrato Tuco del Santo Nada nel suo studio. Sergio suona un sax modificato da lui che gli permette di filtrare il suono attraverso i normali pedali da chitarrista e ha un suono totalmente alieno, una cosa che non avevo mai sentito prima. Gli ho mandato le basi e nel giro di pochi giorni mi ha rimandato indietro queste cose pazzesche che sentite su Un certo tipo di problema e Le ragazze italiane. Sergio appare anche in Primo sangue e Sabato Simon Rodia ed è diventato de facto il quinto Santo Niente. Per creare una tensione cinematografica ho aggiunto dei loop di violino, presi da delle incisioni del repertorio di Bach e quel suono gorgogliante che si sente a un certo punto è un sample da un disco di Morricone. Il flauto fa una linea importantissima nella parte strumentale, insieme al sax. Ho usato molto il flauto nel disco: è da un paio d’anni che lo metto ovunque.
Le ragazze italiane è il pezzo glam rock del disco, un pezzo alla Stooges, con una strafottenza alla Stones e un occhio ai primi Roxy Music. Il mio omaggio al mondo della discoteca, alle sue ragazze libere, alla vita notturna. Mi rendo conto solo ora, dopo le polemiche e i malintesi, di quanto tutto questo sia assolutamente sconosciuto alla maggior parte di chi ascolta rock italiano e quanto questo tipo di pubblico sia ostile all’ambiente mondano. La musica spesso non è il massimo, ma anche qui bisognerebbe fare delle distinzioni, ma che il rock sia diventato benpensante è di una tristezza infinita e spiega anche perché non attragga più nessuno. La vitalità porta a sperimentare e sperimentare è trasgredire. La sperimentazione/trasgressione nel rock italiano non c’è più, ammesso che ci sia mai stata, e rimane una serietà posticcia che più che altro è non ridere.
Le ragazze italiane musicalmente è tenuto insieme dai sample di un rullante elettronico e di una nota di piano (del pianoforte di casa dei miei). Non ho usato sample già fatti, ma li ho creati tutti a partire da mie registrazioni e spesso sono campionamenti di oggetti musicali fisici che ho costruito io. Il solo di sax di Sergio è fantastico, un vero orgasmo, non avevo mai sentito niente che somigliasse al suo suono.
Cristo nel cemento è il pezzo antico. L’ho iniziato a scrivere con Alessio D’Onofrio e con un’altra formazione del Santo Niente. E’ il pezzo più anni novanta, trasuda di ascolti di dischi della Touch And Go e dei Jesus Lizard in particolare. Alessio, che è stato il chitarrista del Santo Niente per dieci anni ed il chitarrista principale del Santo Nada, ha suonato in questa versione. E’ suo il suono di Ebow. Alessio non poteva mancare in questo disco.


Pubblicato il 15/10/2013