Sanremo 2014: nulla di personale
di Francesco Pizzinelli

Apro Facebook e trovo la notizia (attenzione: vera) di una ditta inglese che, su commissione, alla tua dipartita spalmerà le tue ceneri su un vinile e lo consegnerà ai tuoi parenti: insomma, un’alternativa musicale alla solita urna cineraria. Ecco, non so perché ma mi sembrava una apertura adatta sul “64° Festival Della Canzone Italiana”: per scrivere questo pezzo sono dovuto andare su Google e cercare l’elenco dei cantanti di quest’anno, perché già stamattina alcuni non li ricordavo più.
Non so se avete presente “Il gioco dei 9”, lo conduceva il povero Raimondo Vianello: i personaggi dentro le caselle erano posizionati più o meno come l’orchestra di quest’anno, che però non doveva fare delle domande al concorrente bensì suonare e soprattutto poter vedere il direttore d’orchestra, che invece risultava relegato in un lato del palco, invisibile pressoché a tutti. Complimenti agli scenografi.
Ha vinto Riccardo Sinigallia: tecnicamente non è stato sconfitto da nessuno, si è fatto promozione lo stesso e ieri sera era pure da Fazio; bel colpo della Caselli (se fossi più cattivo penserei quasi che il filmato incriminato sia stato girato apposta dall’ex Caschetto d’Oro per montare il caso e aumentare l’hype).
Ci sono alcuni nomi che preferirei non vedere più sul palco dell’Ariston:
• La Letizzetto e i suoi monologhi (pare che, in estrema sintesi, i giovinastri diano fuoco ai senzatetto perché la Nutella non mette i bambini down nella pubblicità);
• Fabio Fazio, che in sala stampa ha detto la parola “palle” e ne hanno parlato tutti i giornali per due giorni, per dire il livello…per l’anno prossimo pare in pole Carlo Conti, ma io vedrei bene un outsider di rottura, Gianni Ippoliti magari;
Antonella Ruggero, che proverbialmente canta benissimo, talmente bene che ormai la canzone diventa un fatto secondario, se non terziario;
Giuliano Palma (chissà Alioscia quale canzone avrà votato) e i suoi onnipresenti occhiali scuri, manco fosse Ian Hunter: per la mossa con l’asta del microfono ha già subito una denuncia dai legali di Joey Tempest, che la depositò nel 1985;
Francesco Sarcina e i suoi denti;
• Le standing ovation del pubblico: le han fatte per qualsiasi cosa: per Cat Stevens e Franca Valeri (e giustamente), per Ligabue (anche no!), per Don Matteo, per la Cardinale, per Gino Paoli, per tutto. Ogni volta che uno si alzava per andare in bagno gli altri gli andavano dietro e ne partiva un’altra, come la ola nello stadio.

Giusy Ferreri per me può tornare tutte le volte che vuole, non mi da nessun fastidio, però non mi si chieda di ascoltarla, e la stessa cosa vale per Renga (che mi dicono sia in crisi con Ambra); su Gualazzi e il tastierista mascherato dico soltanto che per l’anno prossimo mi aspetterei un po’ più di coraggio, magari con Bob Rifo a volto scoperto e il buon Raphael mascherato da Hulk.

Bravi i Perturbazione, forse poco coraggiosi ma mi metto nei loro panni: è l’occasione della vita, non la puoi sprecare con un pezzo troppo introspettivo (di cui sono capaci), meglio giocarsi la carta pop (forse meno nelle loro corde); brava anche Arisa che ad ogni Sanremo si mette insieme ad un autore più bravo e si presenta con un brano migliore, e tra l’altro ogni volta è anche un po’ più carina (di questo passo, alla decima partecipazione potrebbe sembrare addirittura “bella”); qui lo dico e qui lo nego ma “bravo Ron” (aspetta che me lo ripeto: BRAVO RON!), che arriva con l’aria di chi ormai non ha niente da chiedere alla carriera e spara una cover di John Denver quasi credibile.

Aggiungo che nonostante ci fosse Cat Stevens il superospite musicale era Ligabue, e questo la dice lunghissima.
Ci vediamo l’anno prossimo…


Pubblicato il 24/02/2014