Tema libero
di Enrico Ruggeri (ex Hogwash)

“L’hai scritta?”
“No”
“Dai che aspettano, ormai ti sei preso l’impegno”
“Sì sì certo, non voglio tirare il pacco. Solo che ecco…non so di cosa parlare”
“Va beh pensaci”
“ok, tranquillo”
Uno dei miei drammi adolescenziali: il tema libero. Il foglio bianco ed il giudizio finale. Più o meno te la sfanghi sempre ma davvero ti riesce difficile esprimerti o dire la tua su qualcosa. E non è qualunquismo, anzi. Rispetto ai tuoi compagni di scuola sei uno di quelli che legge di più ed ha interessi diversi dal solito calcio/oratorio/figurine/giostre/motorino. Eppure.
“Allora hai fatto?”
“Ehm non ancora, non ho avuto tempo”
“Va bene, però cerca di farlo entro breve”
“Dai mi conosci, se mi prendo un impegno lo porto a termine”
Centinaia di testi di canzoni mandati a memoria, riviste su riviste di musica divorate avidamente fino all’ultima pagina. Un sacco di nozioni che spesso rimangono tali, sì perché i soldi per comprarsi tutti qui bei dischi recensiti mica li hai. Una fame che si manifesta anche nel mettere da parte i soldi della merenda per poi comprarsi un vinile fetente che ti fa schifo al cazzo ma siccome te lo sei comprato devi come minimo impararlo a memoria per poterti permettere di schifarlo. Oppure ti prendi l’ultimo Rockerilla e ti fai le pippe su decine di nomi osannati nelle interviste, nomi che forse riuscirai ad ascoltare solo anni dopo. Quando avevi i soldi da spendere. E ti fanno schifo al cazzo. Eppure.
“Pronto?”
“Ehm non ancora”
“Dai mica posso scriverlo io”
“Ma no, ci mancherebbe, ho già qualche idea in testa”
“Ah bene, allora mettiti sotto”
“Stai sereno”
Cominci a suonare e diventi un feticista, riviste specialistiche che discutono della differenza tra la tastiera in ebano e quella in acero. Valvole, transistor, corde, amplificatori. Ne sai davvero un sacco e man mano vai avanti ti rendi conto che davvero non conta praticamente un cazzo. Sta tutto nelle dita, e nelle orecchie. Tutto quello che hai letto conta solo nel momento in cui te ne puoi disfare. Eppure.
“Oh , guarda che i tizi stanno aspettando”
“Hai ragione, solo che ieri sera ho sbadurlato le fennesie
“Eh?”
“No è che non so che cosa scrivere”
“Eddai, che ci vuole? Parla di come componi le tue cose no?”
“Buona idea, ma credo mi annoierei. Figuriamoci chi mi legge”
“…”
“Eheheheh”
Suoni, scrivi, canti, testi, arrangiamenti, concerti belli, concerti orrendi, incontri un sacco di gente che si complimenta per le tue musiche e ne incontri almeno il triplo che si fa i cazzi suoi dall’inizio alla fine al bancone del bar. Ma forse hanno ragione loro, se stanno lì è perché hanno un casino di cose da raccontarsi. Tu invece, dopo il concerto, vuoi solo startene tranquillo per finire di anestetizzarti e dimenticare tutti gli erroracci che hai suonato in faccia agli arditi spettatori, caricare e poi andartene a casa. È bello quando viaggi di notte, magari da solo, e pensi a centomila cose contemporaneamente. Ti fermi all’autogrill, fai pieno di zuccheri e schifezze per tirare ancora quella mezz’oretta con un minimo di lucidità, ed incontri altra gente. A volte sono altri musicisti come te che rientrano a casa di notte e col cazzo che ci scambi una parola. Al massimo uno sguardo compiaciuto ma più spesso di disapprovazione se i loro jeans sono ridicolmente attillati. Eppure.
“Dimmi che l’hai scritto”
“A dire il vero no”
“Sei un po’ stronzo, vero?”
“q.b.”
“Eddai”
“Va bene Luca, stasera ti prometto che lo faccio”


Pubblicato il 22/09/2014