Fine Before You Came
di Ruggero Trast

E’ una serata di aprile.
Il Fine Before You Came esce dalla macchina, chiedendosi perché, con un prato così invitante, non abbia ancora potuto segnare il territorio. Rimedia, impegnandosi nell’accurata analisi olfattiva che la situazione richiede. Reclama una fontana per dissetarsi. In assenza dell’oggetto, si accontenta di una bottiglia d’acqua capovolta.
Un uomo in bicicletta si ferma e chiede i contatti di un avvocato per occuparsi della sua questione giudiziaria.
Per completezza, spiega la sua questione giudiziaria. Ringrazia e se ne va.
I Fine Before You Came - almeno quelli che sono riuscito a sequestrare, (ovvero Jacopo, Marco e Filippo, in rigoroso ordine sparso) - sono persone disponibili. Nonostante i miei tentativi telematici, non sono ancora riuscito ad innervosirli con la mia pressione. “Vedremo”, mi dico. Ci sediamo sulle scale metalliche fuori dall’uscita secondaria del Covo. E, per un attimo, sembriamo la versione aggiornata e, spero, meno ignobile, dei Ragazzi del Muretto.
Ho adorato il disco. Ho adorato il concerto, appena concluso. Ora, spalla contro spalla, con un contatto al limite del fallo da espulsione, riesco persino ad odorare gli artefici e le cause della mia adorazione.
Dunque, cominciamo a parlare…
F: Allora, noi nasciamo come coverband degli Skid Row, in realtà…(Risate generali).
M: Dai, la prima domanda è come ci siamo formati…Sono sempre le solite domande…

Eh no! Invece, vedi, la prima domanda è, visto che mi sono informato…Dopo un EP per…scusate, non riesco a leggere quello che ho scritto…Dopo un EP e un disco per Green Records…
J: erano due, i dischi…

Due sì! Infatti ho scritto due…Insomma dopo la collaborazione con Green Records, ora il nuovo disco esce per Black Candy e L’amico immaginario.
J: In realtà, l’ordine esatto è quello inverso, cioè Amico immaginario e Black Candy. Abbiamo registrato i provini da Maurizio Borgna, (che, insieme a Cristiano Lomele dei Perturbazione, gestisce I dischi de l’Amico immaginario). Lo abbiamo conosciuto al Six Day Sonic Madness. Gli siamo piaciuti e ci ha chiesto di andare a incidere da lui. In quel periodo stavamo cercando un’etichetta e Maurizio ha proposto di fare il disco per L’Amico Immaginario, anche se in genere la loro produzione è orientata esclusivamente a lavori in italiano. Mentre lui ci faceva questa offerta, noi cercavamo comunque altre strade, perché pensavamo che fosse giusto uscire con qualcun altro, dal momento che non rientrava nella loro politica fare dischi in inglese ma solo pop italiano. La Black Candy si è fatta avanti e si è aperto questo scenario di coproduzione.
L’Amico immaginario cura la produzione artistica mentre Black Candy, fondamentalmente, si occupa della promozione

Mi incuriosisce la dinamica che ha portato alla produzione dello split con gli As a Commodore: una sorta di supercoproduzione.
J: Quella è una cosa che succede abbastanza spesso nella scena hardcore, che noi abbiamo bazzicato. Lo split è stata una coproduzione di mille etichette o amici che non hanno neanche un’etichetta ma che hanno messo magari 100 euro per fare uscire il disco. Ad esempio, la nostra coinquilina Greta, il sesto Fine Before You Came, in quell’occasione, ha messo la sua parte. E’ stata proprio una cordata di amici. E gli As a Commodore sono i nostri “migliori amichetti” di Milano. Una cosa in famiglia, insomma.

E insieme a Greta Bizzotto, voi (Marco e Jacopo), avete fondato nel 2001 lo studio grafico Heartfelt. Curate direttamente anche l’artwork di tutti i vostri dischi?
J: Li abbiamo sempre fatti noi. In particolare Marco…M: In realtà, ricerchiamo l’unanimità. J: Sì, soprattutto nell’ultimo. Nei primi due c’è stata una sorta di imposizione di stampo nazista da parte mia e di Marco. Per quanto riguarda l’ultimo, c’è stato un lavorone. Ne abbiamo discusso a tavolino tutti insieme, abbiamo fatto diverse prove. Alla fine le decisioni sono state prese insieme. Anche perché era un lavoro molto grosso, che durava ormai da due anni. E lo abbiamo curato in ogni minimo dettaglio.

So che è assurdo parlare di artwork senza averlo di fronte, però…
J: Fondamentalmente è fatto come un libro. Perché l’idea era proprio quella di una storia divisa in capitoli. E’ molto semplice. Molto minimale.

Visto che ci siamo arrivati, parliamo di "Fine Before You Came" dal punto di vista dei contenuti. Ci sono immagini incredibili, testi fortemente evocativi. Mi ha colpito molto la scena descritta in “Mother, Goodnight”: sono davvero riuscito a visualizzarla.
J: In realtà, nella storia, Mother Goodnight è la parte che c’entra un po’ meno. E’ una sorta di parentesi. Però sì. Volevamo dare l’idea dell’alienazione, della solitudine, dell’incomunicabilità, della routine, e quindi inserire un’altra figura che fosse assolutamente non comunicativa. Anche sui testi c’è stato un lavoro collettivo molto importante. Sono stati letti e riletti da tutti e cinque. Quando abbiamo composto i pezzi, il contenuto del testo è stato fondamentale per le dinamiche e le sonorità..

La routine e il ripetersi delle cose sembrano essere una sorta di morte vivente, il motivo di una stanchezza che apparentemente è invece senza motivo.
J: E’ assolutamente solo quello. E’ la routine. E’ il non riuscire a staccarsi da questa routine. E’ il tentare timidamente di farlo, per rendersi poi conto dell’impossibilità di farlo. Perché questa routine è la tua vita. E’ molto pessimista. Però è solo una storia

E infatti, l’illuminazione del Sesto Capitolo è solo un’illusione. E’ provvisoria. Se vogliamo, è addirittura il preludio alla ricaduta in una nuova routine.
J: Nei romanzi, in genere, la situazione statica, diciamo ‘normale’, viene rotta da un evento negativo. Il personaggio allora cerca di tornare alla normalità attraverso un viaggio o delle prove. Invece, nel nostro caso, tutto va male. Poi c’è qualcosa che ti dà speranza.
M: Ma poi la speranza si trasforma in una possibilità di caduta ulteriore.

Fino al quinto capitolo ricorre la parola always. Nel sesto, viene sostituita da everyday…E’ un caso?
J: Dal sesto capitolo inizia la nuova routine. Per cui tutti i giorni, Lui torna in questo posto, di cui non si sa nulla: non si sa né cosa sia, né cosa ci sia. Tutti i giorni Lui ha questa nuova routine, questa nuova scoperta che però non lo porta assolutamente a niente.
F: Il sensibile cambiamento è che, dopo, ogni giorno, lui fa le stesse cose. Prima sono sempre le stesse cose ad accadere. Quindi c’è una personalizzazione e una consapevolezza maggiore della routine.
M: Comunque l’esegesi era ottima…(Risate generali).
J: E alla fine la routine inizia. Is this the end? - This is the end. La routine rincomincia e finisce con He walked the way, he was smiling,…non pioveva da settimane. Fondamentalmente rincomincia tutto con l’uomo dell’ombrello, che Lui incontrava all’inizio tutti i giorni, e che incarna la routine. Anche una nuova routine. Per questo Is this the end? - This is the end: perché non finisce mai. Va avanti all’infinito

"It all started in Malibù", il vostro secondo disco, mi spinge a farvi una domanda di carattere generale: quanto contano, o hanno contato, gli At The Drive In nel panorama del post hardcore italiano e internazionale?
M: Beh, molto…
J: A dire il vero, non tantissimo. Per quanto ci riguarda, conta un disco, anzi un EP: Vaya. Quello è l’unico disco degli At the drive in che abbiamo ascoltato davvero molto. Ma non siamo mai stati troppo influenzati dalla loro musica. Ci sono altri gruppi più importanti per la nostra formazione. Ad esempio, i Cursive.
F: In realtà, credo che siamo stati più inconsciamente influenzati da quello che ascoltavamo da ragazzini o comunque in periodi più lontani da quello che è l’indie. Inevitabilmente tutti i paragoni sono stati fatti e ognuno aveva le sue buone ragioni. Però nessuno era davvero azzeccato. A parte, naturalmente, quando abbiamo cominciato, quello con i Get Up Kids.
J: Certo, allora ci sono i Pearl Jam, i Nirvana, ci sono troppi gruppi.
M: Credo che poi, quando ti poni in un contesto come questo, l’obiettivo è quello di fare qualcosa che non ci sia già. Quindi è più facile cercare di sviare da ogni paragone.
J: Effettivamente, molti ci hanno detto che nel nostro secondo disco si sentiva molto l’influenza degli At the Drive In. Ma ti assicuro che noi non li abbiamo ascoltati più di tanto. A volte è davvero un caso. Quando è uscito il primo disco, ci definivano come i Get Up Kids italiani. E in effetti li ascoltavamo in maniera quasi ossessiva…
F: Magari è più per un discorso di attitudine ma non c’entra molto musicalmente. Poi, inevitabilmente, qualche richiamo ci deve essere per forza. Però non così tanto.

Sono piuttosto curioso rispetto al progetto "Phunphoolla"…(Risate generali)
F: Quello sono io. Ma non è niente di più che un divertissement. Sono io a casa col computer, con degli strumenti che si sono tramutati negli affitti rispettivamente di marzo e di aprile. Per me è una cosa assurda. Lo faccio per divertirmi.
J: Vedi, noi siamo 5 persone che hanno ognuna le proprie fissazioni. Lui ascolta l’elettronica, gli piace tantissimo e, anche quando suona, cerca di farlo come potrebbe suonare un disco di elettronica. Marco invece ascolta molto i Pearl Jam o i Coldplay, per cui si sentono molte cose pop nei giri di basso. Io ascolto parecchio i Cure e infatti tanti dicono che si sente nel mio modo di cantare. Addirittura, una recensione recitava: Bello l’ultimo disco dei Cure. Peccato che sia dei Fine Before You Came. Evidentemente l’influenza si avverte. Marino ascolta tanto metal. Marcone tanta roba assurda, strumentale, e infatti fa dei giri di chitarra che richiamano quel genere. Ognuno cerca di mettere del suo in quello che facciamo. Una nostra costante è quella di avere sempre composto i pezzi tutti e cinque insieme. Nessuno fa i pezzi a casa e poi li porta in sala. Li facciamo tutti insieme perché siamo cinque teste.
M: All’inizio questo creava un effetto schizofrenico. Adesso, suonando da molto tempo insieme, l’amalgama è più facile da ottenere.

Non vi ho ancora chiesto della collaborazione con Antonio Rovaldi nell’ultimo disco. Lui è l’autore del DVD che costituisce l’altra metà del progetto.
M: Antonio Rovaldi è un videoartista nostro amico che sta provando ad affermarsi. Ora ha vinto una borsa di studio a New York. E’ lì da un anno. E infatti le scene le ha girate a New York. Noi cercavamo qualcuno che riuscisse a trasformare in stimoli visivi i testi di Jacopo. Glieli abbiamo mandati e gli abbiamo chiesto di trattare il materiale come se avesse dovuto farne una sua istallazione autonoma. Lui ci ha sottoposto il girato, lo abbiamo montato insieme e adesso la parte video è diventata un suo lavoro. Tant’è che la sta presentando anche a New York nelle gallerie. E’ una collaborazione proficua. Ci rendiamo conto che si tratta di una cosa abbastanza ostica.All’inizio, il progetto video doveva essere addirittura quasi un film narrativo. Poi sono successe delle cose per cui abbiamo preferito orientarlo verso la videoart, privarlo del discorso narrativo e lasciarlo come suggestione visiva. Non volevamo aggiungere troppi livelli. Non volevamo che fosse un’altra storia, fatta sullo stesso canovaccio, però trattata con un altro mezzo.

Avevate in mente una città in particolare quando avete scritto le musiche e i testi? Quali erano le vostre suggestioni visive urbane?
M: All’inizio pensavamo sicuramente a Milano. Avevamo anche delle location fisse in mente. Poi è diventata New York e va bene lo stesso. Però all’inizio dovevano essere dei quartieri e delle zone di Milano: questi grandi cavalcavia autostradali con sotto i prati in cui vanno i pensionati, piuttosto che i grandi palazzoni. Questo immaginario da periferia urbana.
J: Comunque sì, nella testa di tutti era Milano. Ma Antonio è stato davvero molto bravo a individuare degli scorci “universali”.
M: Il problema era di rendere questa cosa più universale possibile.

Infatti, per fare un po’ di autocitazione, nel recensire il disco, io ho parlato di Città Qualunque…
M: Esatto, l’idea era proprio quella.
J: Era una Città Qualunque. Il personaggio era un Uomo Qualunque.

E’ Tutto Qualunque.
J: Si fa del qualunquismo. (Risate generali)


Pubblicato il 24/04/2006