Quintorigo
di Ruggero Trast

Un musicista non può che accoglierti simbolicamente sulle intricate scale di un interno cittadino e farti accomodare in una sala che non ha porte ma una sorta di arco a cui è sospesa una tendina, che assume il sapore del sipario. Valentino Bianchi, sax dei Quintorigo, è allora la mia guida attraverso la ‘teatralità’ del momento. Due bicchieri di birra sul tavolo, un televisore acceso che, non curandosi della solenne intervista che sta per compiersi, lamenta reumatismi da problematica ricezione e una finestra da cui Bologna si degna di mostrare qualcuno dei suoi famosi tetti rossi. E lo spettacolo comincia.

L’argomento è scabroso. La ghiottoneria che solletica le papille dei giornalisti e la notizia piccante che costringe le signore ad estrarre il ventaglio. Tuttavia è impossibile non accennare al divorzio da John De Leo, voce storica e riconoscibilissima della band.
In realtà, non c’è molto da dire. I Quintorigo, nella formazione originaria, erano giunti al termine di un percorso. Sentivamo prosciugarsi la nostra creatività e già da tempo John manifestava la volontà di cimentarsi con un progetto solista. E’ stata una decisione dolorosa ma inevitabile.

Certo, quella che lascia è un’eredità pesante.
E’ vero. Non nascondo che abbiamo pensato anche alla realizzazione di un disco strumentale o in collaborazione con artisti che apprezziamo. Le possibilità non mancavano. Ma avrebbe avuto il sapore di un’opera di transizione. E volevamo evitarlo.

Infatti, alla fine, anche per non dare adito a sterili confronti, avete completamente voltato pagina, optando per una voce femminile: quella di Luisa Cottifogli.
Tutti stimavamo Luisa. Ancora prima di scrivere i pezzi dell’album, abbiamo organizzato un breve tour estivo per cementare i nostri rapporti umani e artistici. Essendo cresciuta, come noi, tra conservatorio e jazz, parla la nostra stessa lingua: a giovare maggiormente del suo ingresso, è stata proprio la comunicazione all’interno del gruppo. John è completamente autodidatta, un talento puro. E a volte era difficile capire cosa voleva. Il lavoro di scrittura dei brani è diventato più snello e rapido.

I testi del nuovo disco risentono del cambio di formazione. Forse guadagnano in ironia e perdono in surrealismo.
Prima la composizione delle liriche era una prerogativa di John. Ora, così come facciamo per una base ritmica o melodica, curiamo questo aspetto tutti insieme. E’ certamente più faticoso ma il risultato ci soddisfa e rispecchia con maggiore sincerità quello che siamo, evitando, anche quando affrontiamo argomenti di attualità, cerebralismi o intellettualismi forzati che non ci appartengono.

Il "Cannone" è, fin dalle prime tracce, un album in pieno stile Quintorigo. Nonostante la perdita di una personalità così ingombrante come quella di De Leo, la base rimane la stessa.
Chiunque ci dica una cosa del genere ci fa un complimento. E’ importante sottolineare gli elementi di continuità. E’ cambiato il frontman, d’accordo. Ma, per il resto, di nuovo non c’è molto. Siamo sempre noi. Lo staff, musicisti, produttori, fonici, è sempre lo stesso. E soprattutto non è cambiato il nostro modo di intendere la musica: crossover di generi e sperimentalismo sia acustico che formale.

A sottolineare questo aspetto di continuità, tra le varie cover riarrangiate ne "Il Cannone", proponete anche una versione di Luglio, Agosto, Settembre (nero) degli Area di Demetrio Stratos, di cui De Leo, spesso, è stato indicato come l’erede.
Sì, anche se alla lunga John cominciava a mal sopportare il paragone. Credo un po’ a torto: anche se lui sosteneva di non avere mai ascoltato Demetrio Stratos, una cosa del genere non può che lusingarti. Voglio dire…se mi dicessero che io suono come Coltrane, non mi arrabbierei. Comunque abbiamo scelto un pezzo degli Area perché sono una band che ci piace moltissimo, a cavallo tra il jazz e il rock, con un impegno anche extramusicale. Sono delle nostre parti, li abbiamo conosciuti. Ero molto amico di Giulio Capitozzo, il batterista, scomparso da poco. La presenza nel disco, del figlio Cristian, vuole essere una sorta di doppio tributo incrociato ad una band che ha raccolto meno di quello che meritava.

La pratica dell’inserimento nel disco e nell’esecuzione dal vivo di cover riarrangiate in stile Quintorigo è un altro elemento di continuità. La versione di Redemption Song di Marley, i cui proventi sono stati devoluti all’ONG sanitaria AMREF, è stata scelta per essere il singolo anticipatore dell’album. Attraverso le cover, affermate le vostre radici e i vostri gusti musicali. Tuttavia, se nel jazz, un repertorio di cover, anche tra musicisti affermati, è una consuetudine, nella musica meno colta, specie quella italiana, (che, a dire la verità, attualmente, è piuttosto incolta…altro che barba lunga…), è un aspetto poco considerato.
Beh, noi abbiamo cominciato proprio come coverband. Giravamo i locali proponendo le nostre versioni di pezzi dei Beatles o di Hendrix. Forse è proprio la radice jazz che ci ha trasmesso il gusto per il riadattamento di pezzi già esistenti. E’ stata una palestra. E ci divertiamo a riarrangiare pezzi di artisti che amiamo, magari anche abbruttendoli, perché no... Nel caso specifico, era una vita che volevamo fare una cover di Bob Marley. E ne è uscita una versione dall’introduzione bachiana, con una minuscola citazione reggae.

Qualcosa di davvero nuovo però c’è: il disco segna il passaggio dalla Universal alla Venus. Cosa ha motivato questa scelta?
In primo luogo la scadenza del contratto. Ma anche e soprattutto le maggiori libertà garantite da un contesto di autoproduzione. “Il cannone” è stato registrato praticamente in casa. Abbiamo fatto quello che volevamo, liberi da interferenze e ingerenze sul lavoro in studio, con un accordo di sola stampa e distribuzione. Questo ci ha permesso di impostare la promozione in maniera più mirata. Ai tempi della Universal, non sarebbe stato possibile, perché tutti gli artisti sono uguali e non c’è uno studio sulle forme più adeguate di pubblicità. Non nascondo che abbiamo anche pensato a Sanremo. Con un disco in uscita, ci avrebbe fatto comodo ottenere un po’ di visibilità. Anzi, abbiamo anche inviato del materiale ma, fondamentalmente, non ci hanno preso. Non gli siamo piaciuti o non siamo stati capiti. Col senno di poi, non per parafrasare Esopo e la Volpe e l’Uva, però…per fortuna. E nonostante questo, non escludo che ci possiamo riprovare: Sanremo ci ha portato fortuna, ci ha fatto conoscere e apprezzare. Vedremo.

E per concludere, la domanda di rito che odio fare: cosa c’è nel futuro dei Quintorigo?
Innanzitutto, la volontà di non fermarci più: un tour italiano che vorremmo andasse avanti ad oltranza, con spettacoli dalle forme e dal contesto variabile. In un futuro più remoto, un progetto di esportazione. Lo diciamo ormai da anni. Abbiamo maturato, forse presuntuosamente, la convinzione che la nostra musica possa essere fruita e capita anche all’estero. Certo, per una realtà piccola, uscire dall’Italia è difficile. Tuttavia, se quando eravamo legati a Universal era impossibile anche solo il pensiero, ora che siamo svincolati abbiamo una libertà molto maggiore di scegliere al riguardo. E cercheremo di farlo nel migliore dei modi


Pubblicato il 10/03/2006