Cesare Basile
di Loredana Sparvoli

Milano, 26 Ottobre 2006
"Questa è una serata sottovoce, presenteremo le nostre canzoni, nude, così come sono nate".
Questa l'introduzione di Cesare Basile, al concerto tenutosi a Milano, alla Casa 139, il 26 ottobre scorso, insieme a Robert Fisher dei Willard Grant Conspirancy, con l'ausilio dell'originalissimo contrabbassista Erik Van Loo. Collaborazione frutto di affinità elettive. Canzoni quasi sussurrate, che sovrastano con la loro forza, il frastuono delle nostre menti.
Con questa chiacchierata, avvenuta prima dello spettacolo, Cesare ci conduce in quel regno "where there is a beautycase to keep the stolen words, that speak of love". Noi, qua dentro, cercheremo di aprire quello scrigno, voi, la fuori, "dite al corvo che va tutto bene".

In questo periodo stai facendo una serie di concerti insieme a Robert Fisher dei Willard Grant Conspirancy. Come lo hai conosciuto? Che tipo di spettacolo presentate?
Che tipo di spettacolo presentiamo è una bella domanda. Te lo spiego dopo, così nel frattempo ci penso e vedo se effettivamente ho capito che cosa stiamo facendo. La collaborazione con Robert Fisher è nata come la gran parte delle cose che mi sono trovato a fare con altri artisti: per caso. Credo che queste siano poi le cose più belle. L'occasione ci è stata data dal fatto che la mia agenzia, la Cyc Promotion, è la stessa di WGC. Da tempo sono un loro fan e sono stato felice di sapere che sarebbero venuti in Italia a fare un tour acustico. L'Agenzia ha dato loro un mio disco: Robert Fisher mi ha scritto subito dopo, dicendomi che gli era piaciuto tantissimo e che sarebbe stato felice di fare questo tour insieme.
Cosa facciamo? Lo stiamo definendo man mano che facciamo gli spettacoli. Non volevamo uno show dove ognuno presentasse semplicemente le proprie canzoni. Cercavamo il modo di scambiarci delle cose, nella maniera più semplice, sul palco. Abbiamo così deciso di fare uno spettacolo che fosse sottovoce, mai spinto. Siamo riusciti a trovare una maniera di intrecciare le due realtà, condividendo il palco ed intervenendo nelle rispettive canzoni.

Le collaborazioni sono sempre state importanti nella tua musica, in "Hellequin Song" in particolare sono state davvero numerose. Queste presenze di spessore (Hugo Race, John Parish, Manuel Agnelli), che in altri casi avrebbero potuto in qualche modo appannare il risultato, qui impreziosiscono sì i brani i quali però mantengono una forte impronta caratteriale, la tua, quella che hai costruito in tutti questi anni e che rende unica e riconoscibile la tua musica. Come si ottiene questo risultato?
Credo che questo avvenga perché i musicisti più bravi, (e per bravi non intendo tecnicamente, ma bravi) hanno il senso della misura e sanno mettersi al servizio della canzone. Io per primo: la canzone è mia nel momento in cui la scrivo, dopodichè ha una sua vita ed è lei che ti chiede cosa fare. Ogni volta che ti metti al servizio della tua canzone o della canzone di un altro, si ottiene questo risultato. Soprattutto nel caso di "Hellequin Song" credo vi sia stata una voluta assenza di protagonismo da parte degli ospiti, ma anche da parte mia, in qualche modo. E' questo che ha preservato la canzone. E' la canzone che ha vinto su di noi e questo è un bene. Poi con gli amici che sono venuti a suonare in questo disco, condivido questo approccio alla musica e ciò ha semplificato il lavorare insieme, parlavamo lo stesso linguaggio.

Sei uno dei pochi artisti in Italia che ama la musica di insieme, collabora quindi con altri artisti, sia italiani che stranieri. Quale credi sia il motivo per cui questo approccio alla musica in Italia non è così frequente? Questa sostanziale divisione se vogliamo, non credi sia uno dei principali mali della musica italiana, in particolare della musica indipendente, che per sua natura dovrebbe essere quella che maggiormente sperimenta e ricerca nuovi stimoli?
Non mi piace dare giudizi. Io ho sempre avuto questo approccio alla musica, mi è sempre piaciuto condividerla con altri musicisti. Fare un disco è un occasione per crescere. Se parli sempre a te stesso non cresci tanto. Se invece hai la possibilità di ascoltare altri che lavorano sulle tue cose, ti metti in discussione. Questo non perché io non sia egocentrico, lo sono quanto lo è ogni musicista, ogni scrittore di canzoni. Credo però che il modo migliore di vivere il mio egocentrismo è quello di avere delle persone che mi aiutano, perché raccontano le storie insieme a me. Non so perché in Italia questo non avvenga spesso. Devo dire che appartengo ad un ambiente fortunato. Negli ultimi anni si è creato un giro di persone che hanno fatto di questa idea di collaborazione un metodo di lavoro. Penso a me, ma anche a Marta Collica dei Sepiatone, penso a Songs for Ulan, penso anche alla strada che hanno intrapreso gli Afterhours con l'ultimo disco, nel quale hanno voluto accogliere delle persone, come John Parish.
Credo che chiudersi sia sintomo di stupidità, poiché non c'è niente che noi sappiamo, così importante, da rinunciare ad ascoltare ciò che gli altri hanno da dire.

Hai vissuto diversi anni a Berlino, cosa ti è rimasto di questa città?
Berlino è stato il posto dove, per la prima volta nella mia vita, ho detto: ok, da questo momento in poi non si torna più indietro. La mia permanenza a Berlino in quegli anni, mi ha dato la consapevolezza che questo era quello che volevo fare nella mia vita, volevo fare il musicista, volevo scrivere canzoni. Lo avevo sempre saputo, ma probabilmente non lo avevo mai avuto così tanto fra le mani.

Sei entrato a far parte del progetto lussemburghese "Eskimo Friends", una compilation di artisti di vari paesi (Italia, Germania, Lussemburgo, Francia), che comprende anche un libretto di illustrazioni ispirate alle canzoni. Tu sei presente con due pezzi "Il deserto" e "Stella and burning heart". Potresti parlarci di questa iniziativa?
Onestamente non so dirti molto su questa iniziativa. Devo dire che è stata una sorpresa anche per me. Sicuramente è un'occasione per far girare musica italiana diversa da quella che normalmente viene presentata all'estero, quindi non va sottovalutata. In linea di massima io tendo a non sottovalutare nulla di quello che accade nella musica e con la mia musica. Vedo quindi questa iniziativa come un'opportunità di andare in giro a raccontare un'Italia musicale diversa.

Una delle cose che mi ha colpito per quanto riguarda i testi di questo ultimo disco, è la naturalezza con cui passi dalla lingua italiana a quella inglese. L'impressione è che ti trovi a tuo agio con entrambe. Sia nell'uno che nell'altro caso i testi si identificano perfettamente nella musica che li contiene. Come nascono i tuoi testi, qual è il criterio di scelta della lingua?
Da tempo non scrivevo in inglese. Non conosco questa lingua così bene, quindi mi costa molta fatica scrivere in inglese. Credo che il criterio sia quello più semplice: vestiti e accessori. Le cose si chiamano. E' stupido mettere un accessorio fuori tonalità, su di un bel vestito. Penso che la lingua spesso sia anche uno strumento, qualcosa che ha a che fare con il suono e non solo una maniera di esprimere le cose verbalmente.
Ci sono canzoni che vanno fatte in inglese perché obiettivamente suonano meglio, ma è esattamente come dire che in un pezzo ci vogliono le percussioni piuttosto che la batteria.

Riguardo la composizione dei testi, mi ha colpita una tua affermazione, nella quale dici che quando scrivi un bel testo ti senti soddisfatto perché in quel momento sei consapevole del fatto che ti rendi interprete di un qualcosa che esiste al di fuori e al di la di te. Potresti approfondire questo concetto?
Le canzoni esistono a prescindere da noi. Credo che le canzoni scelgano chi le scrive. Ne parlavo proprio ieri con Robert Fisher, il quale mi diceva che Kristin Hersch sostiene esattamente la stessa cosa: devi sempre stare aperto, perché le canzoni arrivano. Non so quanto effettivamente noi scriviamo le canzoni. Sono convinto che queste ti chiedano di essere scritte. E soprattutto, nel momento in cui le scrivi, non ti appartengono più. Canzoni che, a prescindere da te, cambieranno, che avranno una loro vita e che meritano di averla.

Amo molto il tuo linguaggio, diretto, facilmente comprensibile, essenziale, ma denso di significato, ogni parola è una presenza forte. Hai affermato che sei più interessato al fascino che la canzone può suscitare che al suo significato. Qual è il ruolo delle parole nelle tue canzoni?
Veramente io ho detto che spesso mi interessa di più il fascino delle parole che uso. Fascino inteso come immaginario che queste parole scatenano, a prescindere da quello che significano per me. Non è detto che una canzone che io ho scritto pensando di parlare di una sedia, per un'altra persona non significhi altro. La cosa importante non è che qualcuno possa recepire ciò che ho scritto, diversamente da me.
Se io utilizzo le parole giuste, queste stimoleranno l'immaginario di chi le ascolta. E' questo l'obiettivo da raggiungere.

"Hellequin Song" è attraversato da un'atmosfera blues, inteso non solo come sonorità ma come attitudine, un blues nero, delle origini. Anche gli arrangiamenti rispettano la natura delle canzoni, non vi è nulla di superfluo a snaturarne lo spirito. Questo si armonizza con i testi e con l'interpretazione, usata a mio parere in modo peculiare. Che valore dai all'interpretazione?
La cosa più importante credo sia fuggire sempre la teatralità, fuggire l'eccesso, dal punto di vista interpretativo. In qualche modo trovare la verità nell'espressione. E' questo l'unico modo di rendere credibile ciò che stai cantando.

"Sono arrivati al mattino. Il giorno dopo la sbronza. Giravano per la stanza, prendevano posto, a volte si sdraiavano accanto al terrore custodito dal letto. La ragazza non li vedeva. Mi sembravano spaventati quanto me. Irrequieti. Avevano percorso nazioni e stanze come quella. Celebrato carnevali in cui un Dio muore e rinasce. Avevano battuto le mani al teatrino dell'amore e a quello della sconfitta, e in pugno la pietà. Mi hanno dettato queste canzoni".
Questa la tua introduzione a "Hellequin Song": credi che questi spiriti si siano placati ora?

Gli spiriti non si placano mai. Probabilmente il giorno in cui si placheranno, smetterò di scrivere canzoni. Quella è una metafora tratta proprio dal blues: svegliarsi la mattina circondati da questi spiriti. Spiriti che per la verità sono più degli spettri. Vogliono essere ascoltati. Come dicono i bluesmen, non scompariranno mai. Dunque l'unico modo di gestirli è cantarli, a volte intrappolarli in una canzone e lasciare che si sfoghino li. I bluesmen però, quando non avevano la compagnia di questi spiriti, ne sentivano la mancanza. Loro dicevano: "soltanto chi è blues può cantare il blues".

Ho assistito ad alcuni tuoi concerti e ogni volta è un'esperienza a se: dal live con John Parish, al concerto del Mi Ami, a quello alla Casa 139 a Milano (del quale uscirà il DVD a Dicembre) alla versione acustica (voce e chitarra), molto diversi l'uno dall'altro, per sonorità, arrangiamenti, interpretazione, ma tutti con la stessa poesia, intesa come capacità di evocare emozioni. Cos'è per te la poesia?
Edgar Allan Poe diceva che la poesia è la capacità di evocare nelle persone il ricordo di qualcosa che hanno perduto. Quando una frase, un riff di chitarra, una canzone, riesce a farti riaffiorare qualcosa che hai perso, allora quella è poesia. Io credo di condividere questa affermazione. La poesia è la capacità di un'opera d'arte, sia essa una canzone, un quadro, una scultura o una fotografia, di farti pensare a qualcosa che avevi rimosso, della quale non ricordavi neppure i tratti. Anche solo per un attimo, ma in quell'attimo c'è tutto.

La tua opera è caratterizzata da temi quali l'amore, Dio, il dolore, la morte. Cosa intendi quando dici che abbiamo bisogno di riappropriarci di queste dimensioni?
Perché probabilmente questo, come tutto ciò che di forte c'è in questa vita, viene negato dalla società. Tutto ciò che è forte è sovversivo. La società non ha bisogno di sentimenti forti. Ha bisogno di sentimenti annacquati, di rapporti annacquati. Per cui la morte è solo un fatto clinico che bisogna evitare a tutti i costi; l'amore a volte è un qualcosa che scade in un contratto, a volte invece una specie di week-end in un posto tranquillo. Non è mai visto invece come quella forza devastante che ti fa tanto piangere, quanto ridere, quanto diventare pazzo.
Credo che riappropriarsi dei temi forti di questa esistenza, sia l'unica maniera per sopravvivere.

I personaggi che prendono vita attraverso il tuo sguardo onirico, ma saldamente ancorato alla realtà odierna, sono spesso degli sconfitti: sconfitti dall'amore, dalla vita, dalla morte, intesa non solo in senso fisico ma anche come morte spirituale di una persona. Chi sono gli sconfitti nella nostra società oggi? E chi sono i carnefici?
Questa è una bella domanda. Gli sconfitti sono tutti quelli che in qualche modo hanno ingaggiato una battaglia, che hanno quindi rischiato, con le loro scelte, i loro incontri, le loro fughe per salvarsi la vita. Che si sono quindi messi in gioco e che solo per questo meritano enorme rispetto. Sono gli abbandonati, la nostra è una società che abbandona tantissimo, ma diventerebbe un discorso troppo lungo.
Chi sono i carnefici? Questi spesso non si rendono neppure conto di esserlo. Allora ci vuole un fratello gentile che li costringa a venir fuori, a mostrare il loro gioco, a farsi vedere per quello che in realtà sono, costringendoli anche a gesti estremi. "Fratello gentile" è una canzone molto forte proprio perché racconta la scelta di un uomo, di costringere i carnefici ad ucciderlo, per svelarne l'inganno.

Un aspetto che apprezzo molto nella tua produzione, è il fatto che i riferimenti ai problemi e alle tragedie del mondo di oggi, quali la guerra, sono risolti non nella forma di messaggi politici, ma di stimoli che inducono a riflettere, senza dare soluzioni o verità assolute. Questa eleganza nell'approccio è una caratteristica di tutta la tua opera. Cos'è per te la volgarità?
La volgarità è quella di far credere alle persone che stai salvando loro la vita, mentre in realtà stai scavando loro la fossa. E' quello che la politica fa quotidianamente nei confronti della gente. La volgarità è gloriarsi di una vittoria, questo è decisamente volgare.

Nel brano "Finito questo" parli del peccato. Quali sono i tuoi peccati?(Ride)...allora, in alternativa,cos'è per te il peccato, qual 'è il suo senso?
Non so cosa sia il peccato. Credo che Sant'Agostino in questo sia stato molto chiaro. Diceva: come possiamo noi pensare di peccare nei confronti di Dio, sarebbe come mettersi al suo stesso livello. Noi siamo peccatori perché pecchiamo contro noi stessi, contro la nostra stessa vita. Credo che il significato del peccato sia questo, fare qualcosa che offende noi stessi. Eppure lo facciamo, ci stiamo tutti dentro. Ciò non deve comunque generare sensi di colpa. Credo che il peccato sia un qualcosa che si attraversa: si può attraversare con stupidità ed orgoglio, si può attraversare con umiltà. Ci si può anche ricadere di tanto in tanto. Io ci ricado spesso: quantomeno cerco di guardarmi in faccia, non sono per le autoassoluzioni.

Una delle canzoni che più amo di "Hellequin Song" è "Usa tutto l'amore che porto". Mi daresti la ricetta per attuare questa tua esortazione?
(Ride) Io non ho proprio nessuna ricetta. Quella canzone in realtà era un grido disperato che rivolgevo ad una persona, perché sentivo che in quel momento era lasciato li a marcire, non usato. Io credo che l'amore debba essere usato, sempre e comunque, in ogni tipo di rapporto. Non usarlo per paura o per pigrizia, lo fa marcire e quando ciò accade è una perdita per tutti, non solo per chi in quel momento non lo sta usando.

Questo a mio parere si collega al tuo rifiuto della comodità, definita putrescente. Nel senso che è impegnativo vivere a pieno l'amore. Più in senso lato l'amore per sua natura rifiuta l'immobilità, perché fa muovere il mondo.
L'amore non può essere immobile, anche se oggi non mi pare proprio che sia la forza che fa muovere il mondo.

...Diciamo che ci piace pensarlo...
...L'amore è qualcosa di forte, di sovversivo. Qualcosa che ti porta a cambiare continuamente i tuoi punti di vista, a metterti al servizio degli altri. Cose alle quali non siamo probabilmente abituati. E soprattutto l'amore è quello che ci permette di peccare.
Forse l'unica e vera giustificazione al peccato è proprio l'amore.

Quali sono i tuoi programmi per il prossimo futuro?
Ora stiamo terminando questo tour con Robert Fisher, dopodichè andremo in Lussemburgo e in Francia. Sono poche date, ma è un buon assaggio, sono molto contento di questo. Sto scrivendo i pezzi nuovi. Non so quando faremo il disco nuovo. Spero di cominciare le registrazioni in Primavera, ma non so ancora dirti con precisione quello che succederà. Sicuramente gran parte del mio tempo prossimamente sarà dedicato alle nuove canzoni.


Pubblicato il 26/10/2006