Marti
di Loredana Sparvoli

"Life is just a book of unmade beds" I Marti questa sera suoneranno al “Morya Alterbar “ di Cellatica (BS). Una serata promossa da Radio Onda D’Urto. Raggiungo Andrea Bruschi prima del concerto nel bar del locale che si affaccia sulla piccola piazza del paese. Ci sediamo all’esterno (magie di questo inverno prodigioso), proprio sotto il campanile. Non passano automobili, sembra un luogo fuori dal tempo. Arrivando, riconosco Andrea da lontano: una figura maschile in cappotto, con bavero alzato e cappello alla Humphrey Bogart…ma io non mi sento proprio Ingrid Bergman…
Splendida sorpresa questi Marti nel sonnecchiante e troppo spesso auto-celebrativo mondo della musica indipendente. Sicuramente uno dei migliori album del 2006. Un primo lavoro maturo, che evoca la musica europea, la new wave, il technopop degli anni 80, il cabaret. Raffinato, erotico, notturno. Un progetto che l’eclettico Andrea Bruschi, già attore di buon livello (ha lavorato tra gli altri con Peter Greenaway, Catherine Hardwicke, Guido Chiesa, Lorenzo Vignolo), ha voluto fortemente, dilatando all'infinito le pareti della sua camera da letto, comprando cose dal nostro passato.
Un disco in cui Kurt Weill presenta Marlene Dietrich a David Bowie, mentre Nick Cave e Marc Almond brindano seduti al bancone del bar in un locale notturno.
“Per tutti i viaggi al termine della notte… Per tutti i viaggi nel centro del cuore… Perché niente è veramente sotto controllo”.

Cominciamo proprio dal vostro nome Marti, che è il tuo pseudonimo: da cosa deriva? Proprio a questo proposito, dici che lo immagini come un eroe che invece di salvare il mondo va in giro a cantare le sue canzoni wave-dark.
...E che in realtà, così facendo, salva anche un po’ il mondo o anche e semplicemente il mondo di una sola persona...

Qual è il viaggio che compie questo eroe? Quali sono i paesaggi che si mostrano ai suoi occhi?
Ti rivelerò queste cose segrete, che non dico mai a nessuno: stavo cercando un nome per il gruppo. Dal momento che il disco è mio, ma vi partecipano anche altri musicisti, non volevo chiamarlo semplicemente Andrea Bruschi. Mi sarebbe piaciuto uno pseudonimo. Un mio amico regista scrisse un copione che narrava la storia di un posteggiatore notturno genovese il quale aveva una band wave e suonava nei locali notturni. Aveva tante amanti ma seri problemi di relazione con le donne. Poi scoprì di essere il più grande idraulico di Genova. Risolse i problemi idraulici della città, anche i problemi idraulici personali, aprì la valvola del cuore, si innamorò ed ebbe un figlio. Questo mio amico mi chiese se fossi interessato a fare questo film in digitale, era il ’97 o ’98. All’epoca avevo già un mio gruppo, anche se non aveva ancora un nome, così proposi al regista di utiilizzarlo per interpretare la band nel suo film, visto che vi erano delle analogie molto forti. Il protagonista si chiamava Martino ed il film iniziava con la voce narrante: “Mi chiamo Martino ma tutti mi chiamano Marti”. E da qui è nato il nostro nome. Il film poi non si è più fatto ma il nome è rimasto. Chissà forse lo si potrebbe fare in futuro. Per ora preferisco che il progetto non venga contaminato dal cinema. Anche se nel disco c’è molto cinema, ci sono molti mondi. Il protagonista del film è un po’ un supereroe che salva la città. Così mi piace pensare che Marti ti prende per mano e ti porta in un mondo dove non si è soli, facendoti vivere esperienze positive, totali. Che è poi quello che è successo a me con i Marti. La musica non è descrittiva quindi ti può portare dove vuoi e in questo senso è il massimo della descrittività. Marti va a suonare le sue canzoni romantico-narrative che possono essere prese e vissute da chi le ascolta, come un mondo a se. Pezzi come “Walk out” sono proprio dei micro-film. Tutto ciò è strettamente legato all’estetica di questo progetto, che è poi la mia. Non è di certo un aspetto più importante della musica, ma sicuramente parallelo.

In effetti rilevo una certa ricerca estetica nella vostra musica, nel vostro modo di presentarvi, questa eleganza nel porvi, anche nel modo di vestire, rilevabile anche nel packaging del cd, molto curato. E’ un caso o una scelta ben precisa, in considerazione anche del fatto che fate riferimento sia agli anni ‘80, nei quali l’estetica (spesso fine a se stessa) era molto importante nella musica, sia agli anni ‘30, particolarmente significativi per tutta l’arte del secolo scorso. In definitiva, quale valore dai a questa componente?
Do un certo valore all’estetica. Ci sarebbe da fare poi un discorso più profondo, sul fatto che la morale cattolica, sottolineo cattolica e non cristiana, ha sempre dato all’estetica una valenza negativa, un giudizio di superficialità. In tutte le espressioni artistiche delle quali mi è piaciuta l’estetica, dalla musica, alla pittura, al cinema, ho rilevato in realtà un contenuto culturale di fondo molto importante. Con i Marti però è avvenuto tutto naturalmente: non vi è stato uno studio a tavolino sulla nostra immagine o imposizioni in questo senso da parte della casa discografica. Anzi, anche in seguito alla mia esperienza di attore, stanco di essere in balia di certe dinamiche del mondo del cinema, ho voluto fare una cosa tutta mia, della quale essere autore, regista, racconta-storie, interprete di questa avventura.

A quando un film del quale scriverai la sceneggiatura, farai la regia, interpreterai il protagonista e scriverai la colonna sonora?
Alla Vincent Gallo. Mi piacerebbe molto. Ti dirò in anteprima che in realtà c’è un copione. Ho scritto il soggetto insieme all’autore, Clemente Tafuri, un giovane romanziere genovese che ha pubblicato due libri per Einaudi, mio amico, il quale ha scritto la sceneggiatura. Si tratta di un film melodrammatico fassbinderiano sul mondo dei giocattoli, altra mia grande passione. Spero si possa realizzare. Per ora la prossima storia da raccontare sarà il futuro disco dei Marti.

Il titolo “Unmade Beds” è molto intrigante. Come recita la traccia nascosta presente sul vostro cd:“la vita è un misterioso libro di letti sfatti”… Cosa intendi?
Intanto mi piaceva l’idea di fare un disco la cui title track fosse presente ma nascosta, da trovare. I letti sfatti mi piacciono perché sono molto evocativi. Entrare nella camera da letto di qualcuno è un’esperienza emotiva, esperienza che ho poi utilizzato anche nella mia attività di attore. Nei corsi di recitazione insegnano a ripescare dei momenti di emotività, momenti in cui le emozioni si mettono in gioco. Io ricordo di essere entrato nella camera da letto di persone con le quali avevo un rapporto, una relazione, delle dinamiche e di aver avvertito un’energia particolare, si apre un altro mondo. Per tutte queste ragioni ho sempre pensato di dover chiamare il mio primo disco “Letti sfatti”. E’ un luogo magico nel quale avverto che la personalità del soggetto in questione cambia.

...Forse è uno dei pochi luoghi dove si è davvero se stessi, senza maschere, dove vengono a cadere le sovrastrutture culturali e relazionali che ci condizionano all’esterno...
Si, dove l’armatura viene rimossa in un certo senso. E’ anche un posto nel quale rimaniamo per molto tempo. In effetti ho concepito il disco proprio nella mia camera da letto. Pensa che il materasso fotografato sul libretto all’interno del cd, è davvero il mio. Anche il letto fotografato sul retro della copertina. Sono originali, è un pezzo di me che uno si porta a casa. Gli scatti sono molto belli e ci tengo a citarne l’autore, Gianluca Moro, un bravissimo fotografo di Roma, anche lui amante della new-wave.

Il disco è permeato di atmosfere intime e notturne, paesaggi metropolitani, strade fuori e dentro la luce artificiale, che tracciano mappe urbane che sono anche mappe dell’anima. Vuoi raccontarci di che cosa parlano i testi delle tue canzoni?
Cominciamo col dire che io sono un cittadino, in montagna mi sento male, ho bisogno del mare e della città, forse perché sono nato proprio al mare. Mi piace pensare che posso mangiare dei ravioli cinesi alle quattro del mattino. Le mie canzoni sono in parte autobiografiche e in parte romanzate. Parlano di questo mondo che conosco io, un mondo notturno e metropolitano. Sono canzoni che parlano di sentimenti, di amori che nascono o che finiscono. Si racconta sempre una dinamica, un antagonismo nelle storie, se non c’è Moby Dick non vi è neppure Achab. I pezzi nascono in inglese, non ho mai scritto in italiano. Ormai il mio registro è un mantra, conosco l’inglese cantato forse meglio di quello parlato. Inoltre l’uso dell’italiano associato a questo tipo di musica richiederebbe un lavoro incredibile sulle liriche. Lavoro che in Italia solo Garbo probabilmente è riuscito a fare con la new-wave.

In particolare di che cosa parla il brano “Don’t mess with God’s thick gold wristwatch”? Chi è questo losco personaggio che vuole la nostra anima e che colleziona ogni cosa, viva o morta in milioni di scatole nella sua stanza?
E’ Briatore [ride]. In realtà ho avuto diverse immagini ed ispirazioni su questa canzone. Volevo raccontare di chi vive la sua vita in modo materialista, o meglio, completamente materialista, chi azzarda, dal momento che in fondo tutti noi siamo un po’ materialisti, vivendo in occidente. Ho pensato anche ad un personaggio di “Blade Runner”, il progettista dei replicanti, il quale per tutta la vita in fondo aspetta solo che le sue creature vadano da lui, lo chiamino padre e lo uccidano. Penso anche alle motivazioni esistenziali che possa darsi un industriale il quale crea una macchina che procura il cancro e poi il figlio muore proprio di questa malattia. Il creare che va al di la di ogni tipo di ragione o ragionevolezza. Non sono le mie scelte di vita, mi interessava però gettare uno sguardo su questo mondo. Se c’è un messaggio religioso nella canzone sta proprio nel non poter andare contro determinate dinamiche, pena la propria distruzione. C’è poi questa immagine forte del messaggero divino, che può essere anche messaggero di vita che arriva nella stanza di questo uomo e sussurra al suo orecchio: “Don’t mess with God’s thick gold wristwatch”, che lo pone quindi di fronte a ciò che ha fatto nella sua vita, alle sue scelte, ai suoi errori o che gli annuncia la fine della vita stessa. Trovo molto interessante anche il discorso del collezionismo, che è poi una compulsione, discorso che mi piacerebbe sviluppare proprio in relazione ai giocattoli. Arrivare a prendere anche l’orologio d’oro di Dio, orologio che poi Dio manda a riprendere dal suo messaggero.

Abbiamo definito i luoghi di questo disco, ma qual è la sua dimensione temporale? Mi pare che il tema del tempo sia ricorrente, un tempo sospeso in un presente infinito. In un’intervista di qualche anno fa hai dichiarato: “credo solo nel presente, anzi in tanti presenti”.
E’ proprio così, credo in tanti presenti. Io sono stato un sacco di persone, ma sempre con delle passioni ben precise. Mi sono sempre chiesto se l’anima in realtà non rimanga la stessa nel corso della vita. Mi pongo continuamente domande sul come le persone possano cambiare. Ho visto tante persone cambiare, in base però alla mia percezione, alla mia visione delle cose. Nell’ultimo film di David Lynch, “Inland Empire”, Laura Dern in un monologo dice: “Le persone si rivelano”. Ed è proprio così, dentro ogni persona c’è qualcosa che ad un certo punto viene fuori. Un patrimonio interiore che nel corso della vita subisce delle trasformazioni. Ci sono delle fasi nell’esistenza di ognuno, ma io le vivo come fasi di presente. Se io potessi stendere la mia vita su di un foglio di carta, evidenzierei con il verde un certo periodo, però parallelamente evidenzierei il momento che sto vivendo ora con il rosso o il rosa. Naturalmente il tempo esiste e scorre in maniera sequenziale, non ho più la faccia che avevo quindici anni fa. Io sono molto più contento ora, rispetto ad altri presenti della mia vita. Forse perché noi che siamo vicini ora ai quarant’anni, abbiamo vissuto un’adolescenza di un certo tipo negli anni ottanta e dopo la parentesi degli anni novanta, profondamente diversi dal decennio precedente, ora viviamo una nuova fase, abbiamo una nuova forza, la vedo. Credo inoltre che le anime cambino molto anche in relazione ai diversi periodi storici. Quello attuale sarà ricordato per via del computer, della virtualità, anche estrema, bestiale, è un momento storico importante perché molto diverso dai precedenti. Vent’anni di manifesti con gente con gli addominali e donne con il seno rifatto, ti cambiano inevitabilmente la testa. Di conseguenza le relazioni interpersonali cambiano tantissimo.

Come mai la scelta di unire la classica formazione rock ad una piccola orchestra e di utilizzare strumenti veri per riprodurre un certo sound anni 80, sound che originariamente, nel suo periodo di riferimento, veniva prodotto da sintetizzatori?
Era un’idea che avevo io. Volevo fare questo tipo di musica che è anche sintetica, cercando di utilizzare il più possibile quegli strumenti veri che i synth replicavano. Poi ho incontrato degli ottimi musicisti, come Simone Maggi che suona l’oboe, il sax, la fisarmonica e i synth. Paolo Benvegnù [loro produttore, ndr] poi ci ha messo del suo, introducendo elementi di technopop. C’è stata quindi una fusione di generi, che poi era quello che mi interessava fare.
Abbiamo impiegato un anno per fare il disco, vi è stato un grande lavoro da parte dei musicisti e del fonico, gli archi sono tutti veri.

...Formula molto ben riuscita, sia per lo spessore dei musicisti sia per il valore aggiunto dato dalla creazione di un sound personale...
E’ un esperimento. All’inizio abbiamo fatto qualche cover di Marc Almond, dei Depeche Mode ed aveva un effetto particolare ascoltare queste canzoni con suoni veri.

Quale ruolo ha avuto il produttore Paolo Benvegnù?
Nel disco Paolo è stato un altro componente dei Marti. Ha avuto un ruolo fondamentale. Si è dichiarato da subito entusiasta del demo che gli ho fatto ascoltare con Luca [Luca Pagnotta, chitarre, ndr] e Simone [Simone Maggi, ndr] e mi ha spronato a fare il disco. Fra l’altro mi ha presentato il batterista Andrea Franchi che poi è diventato anche il co-produttore. Mi ha aiutato molto, è stato un po’ anche il mio manager, aiutandomi a mettere in piedi il progetto, che oltretutto abbiamo vissuto in sofferenza, con pochi soldi. Paolo si è dato al disco come fosse un componente della band. Artisticamente è stata una bellissima esperienza. Mi piacerebbe ripeterla con il prossimo disco dei Marti.

Vuoi parlarci del nuovo video del vostro secondo singolo “September in the rain” che avete appena finito di girare?
Il video è stato girato da Lorenzo Vignolo. E’ un’idea che avevo da più di un anno: citare l’opera di Melville, cineasta francese che ha rifatto i film degli anni trenta con Humphrey Bogart, negli anni sessanta in Francia con Alain Delon. Era un’atmosfera che volevo riprendere, naturalmente si parla di iperuranio, poi però ce l’abbiamo fatta. Vi sono luoghi di Genova che sono esattamente uguali a Parigi: queste scale che scendono, essendo una città fatta a imbuto. Il film di Melville che volevo citare in particolare è “Le Samurai”, nel quale il protagonista è uno spietato killer, quasi un automa che vive solo per uccidere. In realtà nel video la storia è diversa perché io vengo assoldato per poi rendermi conto che il mio amore è finito. Una sorta di auto-mantra, è tutto molto più sospeso. L’ambientazione è in questo bellissimo night-club di Genova che si chiama “Orchidea”, uno dei più antichi night-club d’Italia. Nel video recita anche Cristina Moglia, una attrice romana molto brava, protagonista di “Radio Freccia”, abbiamo anche lavorato insieme con Greenaway.

La tua città, Genova: a me ha sempre dato l’impressione di essere una città strana. La visualizzo come qualcuno posto di spalle alla montagna retrostante il mare che la sorregge per non farla scivolare nelle acque. Mi dà quindi una sensazione di precarietà, di instabilità, accentuata dalla presenza del mare elemento di libertà per eccellenza. Cosa c’è di lei in te?
C’è tutto e niente, la adoro. E’ una città incomprensibile, tuttora lo è per me. Ha le dinamiche di una metropoli, o meglio le ha avute. Nei secoli scorsi è stata una città importantissima, ha avuto poi negli anni cinquanta-sessanta un’esplosione, dopodiché si è bloccata. Anche se, da sempre, dal punto di vista culturale sforna artisti di ogni genere. Non riesco a definirla. Io ho una mia Genova, che conosco. Ho un mio modo di vivere la città, quasi come fosse New York, in piccolo. E’ una città dove una persona può stare nel suo appartamento per mesi, vedendo il mare, senza uscire di casa, oppure fare una passeggiata senza che nessuno la venga a disturbare. Forse perché è piena di posti quasi inaccessibili.

...Non so, mi dà l’impressione di non essere una "città madre", nel senso che non dà accoglienza , protezione, conforto...
...Le dà sul lungo probabilmente. Il mio ciclo a Genova ora si è chiuso, proprio con questo ultimo video che abbiamo girato, nel quale ho mostrato la città come la vedo io. Vedremo dove andrò e cosa farò. Mi piacerebbe andare via ora, per poterci tornare sempre. Si dice che Genova è una città in cui devi trattenerti, bloccarti per non scivolare in mare. Così se diventi bravo in qualcosa in questa città, lo sarai poi in tutto il mondo. Ho vissuto sei mesi a New York, poi a Los Angeles e a Berlino, tutti i luoghi che mi hanno profondamente influenzato e ovunque io vada mi porto dietro un po’ di Genova.

Tu sei un artista completo, attore di cinema e teatro, sceneggiatore, musicista, cantante ecc, hai quindi avuto modo di vivere ed interpretare diverse discipline artistiche. Da quale di questi mondi ti senti più rappresentato, in quale esprimi al meglio la tua creatività?
Principalmente nella musica, ma anche nella recitazione. Potessi metterle insieme! Per me è la stessa storia. Sono momenti diversi in cui si raccontano delle storie. E’ un sogno per me fare tutto ciò. Un sogno che diventa desiderio che poi diventa realtà. Non posso che essere felice di questo. Devo avere però qualche magagna visto che non riesco a fare soldi. Penso già al prossimo disco ed ho in mente già il titolo, ma non te lo dico per scaramanzia. Faremo tre pezzi con i Jack di Anthony Reynolds, il quale ha scritto una splendida canzone per me dopo aver ascoltato “Unmade Beds”.

E quand'è che ti rifai il letto?
tutte le mattine, every bloody morning.


Pubblicato il 23/02/2007