Lo.Mo
di Loredana Sparvoli

Jail, Legnano (MI), 18 Maggio 2007
Qualcuno ha detto:“solo la fotografia ha saputo dividere la vita umana in una serie di attimi, ognuno dei quali ha il valore di un’intera esistenza“(Eadweard Muybridge). Poi è arrivata la “Lomo” macchina fotografica russa con la particolarità di rendere diverse prospettive con un solo scatto. Così gli attimi di vita si moltiplicano all’infinito, successione di piani, visioni diverse e non di rado contraddittorie. Perché solo la molteplicità di prospettive può dissolvere l’opacità di una realtà alla quale troppo spesso diamo un senso univoco. Questa istantanea riprende i Lo.Mo, band lombarda tra le più interessanti del panorama indie, durante la serata del 18 maggio al Jail di Legnano, in occasione del concerto di Mick Harvey. In un momento di transizione e trasformazione in vista del nuovo disco previsto per il prossimo anno.
Fotografati giusto in tempo, appena prima del loro ritiro estivo, al riparo dai raggi solari che bruciano corpi e inaridiscono anime.

I Lo.Mo sono nati nel 2004 dalla ceneri dei Bartok, volete presentare questo progetto?
Roberto: dopo un’esperienza lunga cinque anni, due dischi ed una serie di tournée relative alla promozione di questi dischi, siamo arrivati all’esaurimento di un’idea, di un progetto che ci teneva insieme come Bartok.
Alcuni elementi hanno però voluto continuare a tenere viva una parte, cercando di dare una direzione differente, meno sperimentale rispetto all’universo dei Bartok e più vicina alla canzone d’autore, anche grazie al passaggio alla lingua italiana. Tre dei cinque Bartok hanno deciso di portare avanti questo progetto ridenominandolo con questo acronimo, Lo.Mo, che può avere diversi significati ma fondamentalmente è un omaggio alla Lomo, che è una macchina fotografica russa, assolutamente manuale, la quale dà diverse prospettive, ovvero per ogni scatto dà tre o quattro angolazioni. Quindi diverse prospettive con un solo scatto, ci piaceva l'idea. Poi si è unito al gruppo Paolo (Paolo Zangara, ndr) che arrivava da un progetto di musica elettronica chiamato Ik14 e successivamente il progetto è stato completato, con una conoscenza quasi casuale, da Darren (Darren Cinque, ndr) pianista che arriva da Melbourne e che ha deciso di trasferirsi e di suonare con noi, portando uno stile, quello australiano, che ci affascina molto, un po’ desertico. Da li abbiamo cominciato a pensare al disco. Una volta completati i pezzi, si è trattato di concretizzare l’esperienza di un anno, registrando ovviamente il disco.

In particolare sono curiosa di capire quale sia il meccanismo per cui si senta l’esigenza di chiudere un’esperienza artistica ed aprirne un’altra, mantenendo i tre quinti della vecchia formazione, lo stesso approccio creativo, facendo però cose diverse. Ritenete forse che al nome di una band debba essere legato un determinato sound, una tipologia espressiva e che sia meglio cambiare progetto quando si vogliono fare cose diverse?
Roberto: credo di si. I Bartok si fondavano sulla figura del pianista, Loris Antoniazzi, che era predominante nel suono della band. Una volta uscito lui dalla formazione, non aveva più senso continuare quel progetto. Così diverse personalità sono venute a galla, rispetto a prima, come ad esempio la mia, più vicina al cantautorato, per certi versi. Talvolta è una forzatura mantenere l’ossatura forte della band vecchia e questo limite probabilmente l’abbiamo pagato in seguito perché non tutti volevano andare nella mia direzione. Così ci sono stati cambi, mutamenti, appena dopo la presentazione del disco. Oggi siamo una formazione completamente diversa da quella dell’inizio dell’esperienza Lo.Mo, in cui dei Bartok ci sono rimasto solo io e attorno alla figura mia e di Paolo, con il quale è stato generato questo progetto, gravita una serie di persone. Oggi suoneremo in acustica, prossimamente con la sezione ritmica, grazie all’innesto di due musicisti, Roberta Cartisano al basso e Davide Mahony alla batteria

Riguardo “Camere da riordinare”, perché questo titolo? Ascoltando il disco mi pare molto appropriato all’atmosfera intima e noir che vi si respira: scenari interni notturni, in cui regnano malinconia e disillusione.
Roberto: ci sono due aspetti che riguardano l’interpretazione del titolo. Il primo è riordinare una storia musicale. Perché dopo qualsiasi separazione c’è della confusione. Non si è ancora certi di ciò che la rottura ha generato, quindi ci si deve fermare e riordinare le idee. Il secondo aspetto riguarda le tematiche del disco, principalmente legate a rapporti a due: anche in questo caso quindi si parla di separazione, rottura, distacco. L’aspetto emotivo di entrambe le storie ha generato questo titolo che può essere letto da diverse prospettive: quella della storia d’amore di un gruppo, oppure quella della storia d’amore di due persone, spesso più simili di quanto si possa pensare. Il collante che tiene in piedi la storia di una band è l’aspetto relazionale e come le storie d’amore finiscono, così pure quelle dei gruppi.

Mi pare che tutto sia funzionale al climax del disco: la voce innanzitutto, profonda, dolente, il cantato non è mai urlato, è costantemente sulle stesse tonalità. E poi i suoni, sui quali prevale il pianoforte. Suoni assolutamente assortiti e complessi, che vengono però quasi trattenuti, anche nei pezzi più frenetici o nei crescendo che non arrivano mai ad un fragore sonico, come ci si aspetterebbe, proprio per il basso volume delle chitarre e della batteria . L’impressione è che si sia voluto creare un ambiente ovattato per contenere, trattenere le esplosioni dell’anima. Con la voce interiore narrante in questi spazi chiusi, quasi claustrofobici.
Roberto: in effetti l’immagine che il disco ha scaturito è proprio quella. Ma il motivo principale è stato la velocità nel fare il disco. A distanza di due anni e ripetuti ascolti, possiamo dire che si tratta di un disco caratterizzato dal fatto che è stato generato in breve tempo. Questo dà degli aspetti di urgenza che possono essere anche postivi ma che portano il disco al limite dell’essere percepito come un blocco compatto, sia di suono sia di mood, proprio perché è nato in un lasso di tempo molto breve, sia a livello di composizione che di registrazione ed anche di produzione. Questa urgenza, secondo alcune recensioni , è stata invece considerata un pregio.

Mi ha colpita una frase di “Pensiero magico”:“Ma da oggi mi libero dal pensiero magico e non tornerà mai più”. Qual è il pensiero magico?
RobertoL’amore fondamentalmente. La realizzazione di un sogno che non si compie. Da qui l’idea radicale di abbandonare un pensiero di questo tipo. Poi a distanza di tempo può cambiare la prospettiva.
Paolo: ogni disco è un piccolo mondo, fatto in quel determinato momento e rispecchia la nostra vita come è in quel preciso periodo. Dopo un paio d’anni non entriamo nemmeno più in quel disco.
Roberto: infatti la cosa più difficile è cantare quel tipo di canzoni, adesso, a distanza di tempo, vivendo magari una realtà diversa.
Paolo: c’è un’oggettività, ovvero i Lo.Mo non sono felici (ridono). Nelle nostre composizioni non ci sarà mai allegria. Sì, da un punto di vista filosofico siamo abbastanza infelici.
Roberto: vi è la propensione di, tra virgolette, un certo tipo di artista, che è più propenso a generare in uno stato di pessimismo o di negatività. E’ più facile avere qualcosa da dire quando si sta male. Quando si sta bene ci si concentra su altre cose.

E’ proprio vero che “I sogni ti ingannano e lentamente ti uccidono”?
Roberto: Beh, che i sogni ti ingannino è fuori discussione.
Paolo:…soprattutto quando cerchi di interpretarli.
Roberto:…e la convinzione che un sogno possa essere una porzione di realtà, può anche lentamente ucciderti. Se non si cambia questa convinzione negativa, essa può essere devastante.

“Camere da riordinare” è uscito due anni fa: quali erano le aspettative legate a questo disco, sono state rispettate?
Roberto: non siamo un gruppo giovane, abbiamo una media che va ben oltre i 35 anni e il fatto di lavorare in questo mercato da tanto, ci fa conoscere bene la realtà in cui ci muoviamo. Onestamente non credo vi fossero grandi aspettative: vi era piuttosto la volontà di imboccare una nuova strada e di scrivere canzoni che in qualche modo potessero appartenerci. E soprattutto, in prospettiva, la possibilità di lavorare con un personaggio come Hugo Race, il quale ha poi prodotto il disco, per la sua esperienza musicale ed umana. E da li ripartire con un percorso che appagasse prima di tutto noi, invece di inseguire un successo che, scrivendo questo tipo di canzoni, è praticamente impossibile da raggiungere.

...purtroppo il mercato è quello che è…
Roberto:…ma si, in fondo è giusto così…

…non sono proprio d’accordo, non è affatto giusto.
Questa sera si esibirà Mick Harvey e avreste dovuto essere voi ad aprire la serata. Poi, per problemi “burocratici” si è dovuto cambiare programma, così suonerà un artista legato, da contratti stipulati in precedenza, all’agenzia di Mick Harvey. Voi chiuderete poi la serata con un live in versione acustica. Oltre alla constatazione che si tratta di un’ingiustizia, non credete che siano necessarie leggi o regolamenti che tutelino la musica italiana in Italia e che sostengano in particolare la musica indipendente o alternativa se preferite?

Roberto: fondamentalmente credo che la più grossa sofferenza del mondo alternativo italiano sia dovuta ad una scarsa capacità organizzativa, che rende impossibile imporre delle regole, giuste o sbagliate che siano e di farle rispettare. Lucio [Lucio Bardi, ndr] che suona con De Gregori, probabilmente vive una realtà differente da quella che viviamo io e Paolo, nella quale spesso la disorganizzazione piuttosto che il pressapochismo prendono il sopravvento. Non so cosa ne pensi lui, se è una situazione tutta italiana, che si riflette anche nel main stream.
Lucio: non conosco le altre realtà, conosco solo quella italiana, quindi non posso fare confronti. La vostra realtà, che è poi anche la mia, è molto simile a quella di quando ho cominciato io, nei primissimi anni settanta. Non so se per il particolare periodo storico e per il fatto che il mercato stava nascendo in quel momento, ma mi sono trovato con questa realtà in un mondo di lavoro, senza neppure rendermene conto. Non so quali debbano essere i criteri da adottare per far si che questo diventi paritario, parallelo o alternativo al mercato tradizionale, che peraltro gode di cattivissima salute.
Paolo: la cosa peggiore è che non sono tanto le regole che mancano quanto l’interesse da parte delle persone, manca un pubblico. Non c’è più curiosità per la musica, come per l’arte in generale. Ormai l’arte, tutta l’arte, anche se poi se ne può discutere, è relegata al supermercato. Quelle poche cose alternative, non vengono prese in considerazione, perché in un mondo sovraffollato di merci e di interessi di ogni tipo, non vi è più tempo per essere curiosi, per cercare. Le leggi possono si regolare un determinato andamento…ma è l’andamento stesso che non funziona.
Roberto: come diceva Lucio negli anni settanta c’era questo approccio naif, che trovo in fondo molto simile a quello che riscontriamo oggi nel mondo indipendente, però e qui mi ricollego a quanto detto da Paolo, mentre negli anni settanta vi era una spinta più forte da un punto di vista politico, sociale e culturale, ora pur mantenendo questo aspetto naif, quindi organizzazione grossolana, amicizie che si formano, pochi soldi eccetera, implode clamorosamente per mancanza di partecipazione popolare, di pubblico. Riguardo a stasera, credo ci sia stato un errore di comunicazione: a noi era stato chiesto circa due mesi fa di aprire il concerto di Mick Harvey ed evidentemente un mese fa è stata chiesta la stessa cosa a Simon Breed: qualcuno ha sbagliato. In ogni caso sia noi che lui avremo poco pubblico, lui perché in apertura non vi è ancora molta affluenza, noi perché dopo Mick Harvey la maggior parte delle persone se ne andrà.

Un’opinione sul lavoro di Audiocoop e del Mei?
Roberto: potrebbe essere un’idea meritevole, sia quella di Audiocoop che quella del Mei, se non fosse per il fatto che ha il limite di agire in un mercato che non c’è. Ma questo non è imputabile a loro. Così, alcune scelte, possono risultare bizzarre, come il premiare artisti già affermati e non quelli che stanno crescendo, come era in origine lo scopo del progetto. Ogni anno vedo premiati nomi come Tiro Mancino, o Negrita, piuttosto che Loredana Bertè, eccetera, mentre nella lista delle premiazioni si vede comparire solo un nome fra una miriade di produzioni indipendenti. Naturalmente questo è determinato dal fatto che in qualche modo bisogna fare i conti con il mercato. La gran parte dei gruppi i conti con il mercato non riesce a farli, visto che oggi i dischi indipendenti vendono dalle duecento alle duecentocinquanta copie, quando va molto bene arrivano a cinquecento copie vendute, quando sono straordinariamente sul mercato ne vendono mille.
Lucio: devi fare la relazione con le vendite altrettanto basse del mercato discografico odierno: un cantante italiano conosciuto, oggi, vende mediamente 70-80.000 copie e già parliamo di una grande vendita. Cifre assolutamente irrisorie se pensiamo ai volumi di anni fa, quando una simile vendita sarebbe stata considerata persa. Devi fare il confronto con un disco indipendente che vende duecento copie, in relazione però ad un mercato che di fatto non esiste.
Roberto: beh, in fondo non è poi così grave…(ridono)

Da qualche mese si è unito al gruppo il chitarrista Lucio Bardi, che ha collaborato con i più grandi della musica italiana (Nada, Patty Pravo, Eugenio Finardi, Bennato, De Gregori) ed avete cominciato a lavorare al nuovo album. Volete parlarcene?
Roberto: si, in linea di massima ci sono delle idee, alcune più sviluppate, altre solo abbozzate. Ci piacerebbe continuare a lavorare ancora con Lucio, come parte integrante del progetto stesso. E’ un’esperienza impagabile lavorare con un grande professionista e con una persona umanamente vicina a noi. Inoltre c’è il confronto con un mondo completamente diverso da quello che ci ha cullati finora. E’ uno stimolo per suonare meglio, per trovare nuove soluzioni, per non adagiarsi.

L’introduzione di questo nuovo elemento porterà il prossimo lavoro ancor più nella direzione del cantautorato?
Roberto: non è detto, è un confronto che vuole essere continuo, sia suonando che non suonando, su quelli che sono gli interessi di ognuna delle personalità all’interno del gruppo, che credo debbano essere appagati in egual misura. La direzione che stiamo prendendo è ancora difficile da definire. Verosimilmente il disco dovrebbe uscire nel 2008, sicuramente una vincita di un biglietto dell’enalotto agevolerebbe non poco la velocità nella produzione (ridono) perché allo stato attuale non sapremmo come reperire le risorse.

Sarete in tour in estate?
Roberto: No, non faremo live la prossima estate, dal momento che ora Lucio parte in tour con De Gregori…poi sai benissimo che per la gente triste e un po’ malinconica l’estate diventa mortale.
Paolo: abbiamo intenzione di rimettere in piedi una band, magari in maniera non organica, con amici musicisti che ci possano seguire dal vivo il prossimo inverno. Notoriamente, noi, con l’arrivo dei mesi di giugno e luglio, cominciamo a nasconderci ed aspettiamo ottobre-novembre per uscire di nuovo allo scoperto. Siamo di indole invernale, a noi lo yè-yè non piace molto.


Pubblicato il 18/05/2007