Paolo Benvegnù
di Antonio Belmonte

In occasione della prima edizione del Festival "Suoni Sommersi", svoltasi a fine Settembre presso la Fortezza Vecchia di Livorno, abbiamo intervistato Paolo Benvegnù sopra un comodo divanetto bianco. Una gran bella chiaccherata con i rassicuranti rumori di porto a fare da sottofondo.

Paolo, quando si è trattato di scegliere gli artisti da invitare alla prima edizione del Festival “Suoni Sommersi” ho subito pensato a te per una sorta di logico automatismo: mi sono detto, l’evento si svolgerà a Livorno, Livorno significa Piero Ciampi, e dal cantautore livornese a te il passo è stato breve dal momento che ti considero a tutti gli effetti una sorta di Piero Ciampi post-atomico. Non so se ti piace questa definizione ma soprattutto vorrei sapere se ti sta stretto il titolo onorifico di cantautore.
Mah, a me non sta stretto nulla, o largo nulla, indosso quello che sono: una persona che scrive canzoni, ma soprattutto un cantante di un gruppo. Loro mi fanno scrivere dei pezzi e io li porto in giro; sono soprattutto un cantante, e mi piace esserlo…E soprattutto mi interessa questa definizione di Piero Ciampi post-atomico ben sapendo che né il talento né la visionarietà di Piero Ciampi fanno parte del mio dna, perciò mi piacerebbe essere ricordato in futuro in maniera simile perché ritengo che lui sia stato la vera risposta italiana agli chansonnier francesi degli anni ‘60/’70. Lui la vita l’ha vissuta veramente e l’ha scritta veramente; molti altri hanno girato intorno alle parole. Non è sufficiente immaginare per essere.

Al di là del titolo che porta “Le labbra” mi sembra realmente il tuo disco più carnale.
“Le labbra” sono pezzi di vita vissuta; mi rivolgo a delle persone specifiche che sanno benissimo di essere loro quando vengono chiamate in causa. Quindi è un disco più vero di tutti gli altri. E poi, al di là di questo, ci sono anche delle intuizioni su se stessi e sui rapporti interpersonali. Ma la cosa veramente importante per me era scrivere quelle cose e per noi andare in giro a suonarle…Poi tanto meglio se c’è qualcuno interessato a questo.

Gran parte della critica ti sommerge di lodi e giudizi positivi, lo sai? L’unico appunto che ti viene mosso è quello di accumulare un’eccessiva concentrazione di significati nei testi, tanto da rasentare l’ermetismo. O magari sono gli altri che non ti capiscono?
Ma questo forse è stato vero in passato, non certo negli ultimi due dischi. Dico esattamente quello che mi è successo, semplicemente usando delle metafore per raccontarlo, ma penso sia normale fare così. Io non penso di essere ermetico e chi mi conosce lo sa: sono una “signora” che canta, pur essendo eterosessuale convinto, eh, sono una madre che canta e contemporaneamente sua figlia che la scalcia da dentro. Cosa devo fare? Poi chi vuol capire capisce. Tra l’altro moltissime volte non capisco neanche io me stesso. Va bene, è normale, è la vita.

Degli Scisma che ti è rimasto dentro?
Ingenuità. Ingenuità per fortuna, perché tutto ciò che avevo all’interno degli Scisma era soltanto la volontà di occupare degli spazi, di occupare il mio ego. Per fortuna questa cosa non c’è più da tanto tempo. Mi è quindi rimasta l’ingenuità, il fatto di credere che si possa cambiare la prospettiva di se stessi o di qualcuno altro attraverso la scrittura di una canzone, senza volerlo fare mentre si scrive, quando si va a suonarla. E questa è l’unica ingenuità che ho e del resto penso che traslati dal sogno gli uomini non esistano ed io non esisto normalmente, esisto solo quando canto.

Pensi che sia anacronistica una reunion del gruppo?
Sì, assolutamente. Cioè, io sono quel gruppo lì, insieme agli altri Paoli Benvegnù siamo quel gruppo lì; è quella la cosa, soltanto penso che nel tempo si sia chiarito molto sia sui contenuti che nell’attitudine nel farlo. E basta.

Quanto saresti disposto a scendere a compromessi pur di vendere la tua musica? Sii sincero.
Sono sincero sempre; c’ho anche provato a fare i compromessi. Gli Scisma stessi sono stati un compromesso ed io lì volevo a tutti i costi vendere la mia musica a tutti ma non ce l’ho fatta perché non ho il talento di farlo. Quindi il mio altro non è che un problema di mancanza di talento e di attitudine fisica a quel ruolo. Sicché quello che faccio adesso è scrivere canzoni che poi questi figlioli poi suonano e mi permettono di cantare. Questa è la mia massima sincerità. Non potrei fare nient’altro se non scrivere canzoni per quello che sento. Perciò non sono capace di fare compromessi, non sono capace di scrivere canzoni pop.

Penso spesso che la modestia non sia una virtù e penso anche che siano proprio le persone dotate di talento ad affermare “io non ho talento”. In realtà, nella fattispecie, penso che tu lo abbia.
No, io penso di essere giusto. C’è stato un tempo in cui ero fintamente umile e assolutamente presuntuoso. Queste cose sono dimenticate nella mia vita. Ora sono giusto: so di avere un talento perché so che quando canto in determinate condizioni ha un’incidenza sulle persone quello che faccio, perché in primis ha un’incidenza su di me. Saper cantare delle cose è l’unico talento che ho, ma è un talento relativo perché non è così oggettivo da essere meraviglioso. Piero Ciampi invece aveva questo talento. Io no. Perciò non sono né umile né presuntuoso. Sono giusto adesso, per fortuna, per fortuna!

Visto che siamo all’interno di un evento musicale indie tu pensi che si è indie per scelta o per necessità?
Ah, non lo so. Si è non liberi per scelta e si è liberi per scelta. Io sono libero adesso, non so che cosa significhi essere indie, ma so cosa significhi non essere liberi da se stessi e dalle congiunture esterne e so cosa significhi essere liberi: io sono libero sia da me stesso che dal mondo esterno. Posso fare quello che voglio della mia vita in questo momento, veramente qualsiasi cosa. E’ questa la differenza: se indie sta per indipendente allora io mi sono reso indipendente da me stesso e questa era la cosa davvero importante. C’ho messo 40 anni per farlo e adesso sono contento. Non c’è nessuna attitudine per essere indipendenti da se stessi mentre invece ci vuole una grande forza per essere liberi, perché la liberta porta solitudine e la solitudine stessa molte volte è libertà. Bisogna essere molto preparati per accoglierla e non è facile.

Mi racconti l’ultima volta che hai pianto?
Guarda, due giorni fa, quando ho suonato a Roma: mi capita ogni tanto quando faccio dei brani. Comunque mi capita spesso di commuovermi: prima di Roma, qualche giorno prima, sono andato a Prato, in un circolino, a fare colazione e ho visto un signore, avrà avuto 80 anni, con un vestito bellissimo che stava facendo colazione con il lutto al braccio perché probabilmente gli era morto qualcuno ed io mi sono immaginato la sua storia, il fatto magari che aveva vissuto con una donna fino a due giorni prima eppure, nonostante quello, ha avuto la dignità di rialzarsi, vestirsi inappuntabile e andare a fare colazione. Peraltro gli ho pianto in faccia, mi vergono anche un po’; però se ci ripenso ancora mi commuove.

…Su quale canzone ti eri commosso?
Su un pezzo che si chiama “In dissolvenza”, che ho scritto molti anni fa a Trani, in Puglia, e poi l’ho capito adesso, ho capito tutto ora [ride]. Mi è capitata questa cosa qua, mi sono detto “guarda, vaffanculo alle volte, vedi come qualche volta l’imbecillità è profetica”. E’ questo, ecco.

L’ultima domanda, Paolo. Una domanda che ho formulato a tutti gli artisti che hanno preso parte al festival. Ad un alieno che scende sulla Terra devi spiegare che cosa è il Rock e, naturalmente, non puoi farlo a parole ma devi per forza dargli un cd in mano. Cosa gli daresti? Cosa gli faresti ascoltare? Uno soltanto!
Ehhmm…Ennio Morricone. Questo per me è il rock! Oppure…Sì, Morricone.

…E la risposta più trasgressiva che ho avuto! Pensa che il gruppo più citato sono stati i Led Zeppelin, quindi mi fa piacere, avere Morricone come contraltare è bellissimo… Beh, ti saluto, ti ringrazio e ci vediamo stasera al concerto.
Grazie a voi, per l’opportunità che ci date di suonare all’interno di questa splendida fortezza…A proposito, non so francamente quanto faccia piacere ai Livornesi vedere il giglio fiorentino troneggiare sopra la torre della fortezza...[ridiamo, mentre qualcuno approva dalle retrovie].


Pubblicato il 28/11/2008