Fou
di Sara Bracco

"Un caos organizzato, terapeutico e di facile ascolto!": la definiscono così la loro musica i Fou, e noi, reduci dall’intrigante originalità del loro "Procurarsi guanxi", non possiamo che confermare, concedendoci una deliziosa chiacchierata in cui non mancheremo di incontrare personalità, consapevolezza e determinazione.


Qual è secondo voi il punto di forza del vostro "Procurarsi guanxi"?
Sarebbe troppo facile rispondere le canzoni in quanto tali; in realtà la forza, a nostro avviso, è che ci lascia aperte mille porte e molte possibilità compositive per il futuro. Non è un disco di “genere” (anche se potrebbe sembrare, ma solo ad un ascolto superficiale), è un disco che spazia molto, è un disco che potrebbe far dire forse che i Fou sembrano qualcosa di già sentito ma in realtà, a ben vedere, non assomigliano proprio a nessuno. Inoltre sottolineo la resa sonora in quanto tale!

Ascoltandovi si capisce che siete una vera band, che ognuno di voi è necessario proprio per la vostra personalità come elemento singolo. Difetti e pregi di questi vostri differenti approcci di stile?
Il pregio è che influenze differenti ti portano sempre a considerare un punto di vista alternativo. A volte il processo creativo diventa lungo e talvolta complesso, proprio perché vengono accolti tutti gli spunti e proprio perché riteniamo che anche la “conflittualità” sia un motore creativo e non una disfunzione da reprimere. La nostra è sempre però una scelta ponderata ed ognuno può dire la sua…Certo deve poi dimostrare agli altri che dice il giusto, la personalità del singolo è importante se viene messa al servizio del gruppo. Pensiamo che questo sia un buon modo per assicurare il meglio al nostro lavoro.

Il disco respira a pieno eclettismo, dal curriculum al testo agli accostamenti in stile differente. Da dove nasce tutta questa originalità?
Nasce da tanta musica ascoltata, tanta “buona” musica!Non ci siamo inventati niente, prendiamo di qua e di là, il segreto sta nell’accostare gli ingredienti, cosa più facile a dirsi che a farsi. La nostra originalità sta (essenzialmente) in questo, sia per quanto riguarda le musiche che per quanto riguarda i testi. Nello specifico Il contrasto, l’alto-basso (che non è solo uno schema di basket) sono tra le nostre peculiarità.

Partiamo dalla fine, parliamo di “Edmundo” e della collaborazione con Daniele degli Offlaga Disco Pax: com'è stato lavorare con lui e perché la scelta proprio di questo pezzo?
Si rischia di essere banali, ma davvero è stato magnifico! Primo perché gli ODP sono tra i nostri gruppi preferiti in secondo luogo perché Daniele, oltre ad essere un musicista coi controcoglioni, è una persona disponibilissima. All’inizio l’idea era quella di chiedergli di suonare la chitarra su “Mivar” ma poi una volta avuto in mano la pre-produzione del disco ci siamo accorti che il brano funzionava sufficientemente bene anche senza il suo apporto. Così gli abbiamo chiesto di aiutarci a resuscitare “Edmundo”, un pezzo che avevamo in cantiere dagli albori dei Fou, un pezzo che ci era sempre piaciuto ma che in passato non eravamo riusciti a “vestire” nel modo giusto. Daniele ci ha dato quello di cui avevamo bisogno! Il risultato finale è lì da ascoltare, a nostro parare uno degli episodi più riusciti del disco.

”Estinzione di un magnete” parla di una generazione che si è persa, invecchiata in facoltà ancora più stantie, che non si mette in gioco o forse non ha obbiettivi per mettersi in gioco, qual è il vostro "polo"?
Come persone questo gruppo ci da l’opportunità di metterci in gioco, di prenderci sul serio, di misurarci con un progetto che è nostro fino al midollo, il che fa a botte con la realtà di cui parliamo e dei soggetti che descriviamo che si riferiscono all’ immaginario che hai ricordato sopra. Questo a volte ci crea un cortocircuito, i personaggi che rappresentiamo ci affascinano, ci fanno ridere, perché spesso ci riguardano da vicino, ma non vengono certamente apologizzati, siamo lì in osservazione, siamo “ un polo sperimentale della modernità”!

I nomi, senza i quali i Fou non sarebbe riusciti a fare la musica che ora fanno?
Gli anni ’80: Il Metal e la New-Wave che ci han fatto crescere! Gli anni ’90: gli Usa ed in particolare Seattle, New York, Chicago, Modesto, Athens ma anche Londra, Dublino, Bristol, Anversa e poi fino su’ in Islanda, in Italia i dischi del Mulo, Agnelli e gli Scisma. Gli anni ‘00: il Canada e la scena indipendente italiana con la quale il confronto è quotidiano.

Cosa troviamo nel vostro studio, strumenti a parte?
Troviamo un sacco di poster di donne nude e di Manuel Agnelli! A parte gli scherzi amiamo conservare le locandine dei nostri concerti.

In due parole come definireste la vostra musica?
Un caos organizzato (citazione di Eugenio Fascetti) terapeutico e di facile ascolto!

Dalla Milano dei Baustelle a quella degli Afterhours: un argomento gettonato e dalle differenti attitudini, avete una lista delle cose che non vi piacciono proprio partendo da Milano?
Di Milano non piace evidentemente l’idea di città che ha in mente l’attuale giunta ma non solo, trovo che Milano sia molto provinciale benché si sforzi di pensarsi metropoli, ragiona con le stesse logiche del paesello di provincia proprio perché è avviluppata nei suoi schemi mentali, risolve i conflitti con le ordinanze, è malata di un efficientismo irrazionale e grottesco, ma direi a Milano non si sta peggio di altri posti, credo che l’Italia non abbia una classe dirigente capace di gestire la modernità. Poi c’è un problema più generale dell’incomunicabilità; credo che il futuro sia legato alla capacità di mettere in rete risorse, competenze, capacità, belle parole, ma nei fatti bisogna ancora superare strutture mentali sedimentate, il territorializzarsi nel proprio orticello, nel proprio sapere specialistico, perché questo produce un’autoreferenzialità che impedisce una reale crescita dei progetti, c’è tutto un parlarsi addosso generalizzato.

Penso che mantenere viva una band costi molta fatica, impegno, spirito di sacrificio: insomma, un po' come coltivare quotidianamente un rapporto sentimentale. Tutto si regge su delicati equilibri. Ne convenite?
Si certamente, è un vero e proprio lavoro che deve essere gestito con la testa per via dell’organizzazione e con il cuore perché suonare insieme ha una componente emotiva imprescindibile; tutte le persone che sono passate nei Fou, non sono mai state dei turnisti, non sarebbe possibile per noi, tutti hanno dovuto mettersi in gioco profondamente, questo ha comportato gioie e dolori, ma in ultima analisi molta più gratificazione e soddisfazione.

Si è "indie" per scelta o per necessità?
Ti contesto il verbo “essere”: messa così sembra che indie sia una categoria dello spirito o un non so che di religioso: “sono indie dentro”, in realtà di quella posa non ci importa molto, anche perché è facilmente acquistabile al supermercato. Direi da un punto di vista materialista, che crediamo piuttosto in un’alternativa possibile anche se suona di questi tempi fortemente utopico. Questa volontà è stata una scelta abbastanza consapevole, perché siamo abituati a fare in sincera autonomia le nostre scelte artistiche, e questo la Novunque ce lo lascia fare senza metterci ansia o fretta, siamo liberi dal punto di vista creativo e questo è un aspetto molto prezioso per noi, perché ci offre la possibilità di puntare sempre sulla qualità. Conciliare qualità e successo non è facile. Un tempo si paralava infatti di “alternativa” con l’idea di pensare una filiera alternativa per la produzione e la distribuzione della musica che poteva permettere anche ai progetti con meno potenziale commerciale di sopravvivere, si trattava di garantire che alla base, negli scantinati, che i gruppi, potessero continuare a sperimentare nuove forme creative senza l’ansia del successo a tutti i costi: questo alzava il livello generale delle proposte e il potenziale innovativo della musica. “Indie” inteso come indipendente oggi mi pare abbia poco senso, perché in qualche modo tutti dipendiamo da qualcosa, indie svuotato del suo significato “politico”, ovvero di alternativa, diventa un genere musicale che ritroviamo nei reparti dei negozi! Se indie significa jeans stretti+ciuffo+musica-suonata-col-culo, allora esso è un altro fenomeno pop, ma la moda passa e i gruppi bravi indie o non indie sopravvivono!

Provate ad immaginare: se tra un paio di anni sarete in cima alle classifiche me la concederete ugualmente un'intervista o sarete inarrivabili come spesso accade con altre bands arrivate al successo?
Sebbene l’eventualità risulti abbastanza remota…Comunque sì, te la concederemo, ma che sia più corta di questa eh… A parte gli scherzi ti ringraziamo, perché è sempre un piacere ricevere elogi ed avere la possibilità di esprimere il proprio pensiero. Quindi alla prossima (anche dai bassifondi delle classifiche).


Pubblicato il 29/03/2009