Basta con i soliti nomi!
di Miriam Ruth Carmeli

Ultimamente mi è capitato di ascoltare un ragionamento sul perché il jazz si adegui perfettamente al territorio italiano: sembrerebbe che si possa fare un’associazione tra il malessere degli schiavi e la loro voglia di <rivalsa con il malessere dell’italiano medio e la sua voglia di rivalsa.
Probabilmente qualcosa di vero c’è in questo ma finché non vedrò le persone ballare e lasciarsi andare completamente ascoltando il jazz non ne sarò convinta.
Trovo orticante l’esigenza di vivere questa musica come se fosse una sacralità in cui subire le volontà artistiche un Dio di carne posto sul palco.
C’è molta buona musica in giro...Ma ciò che trovo in vendita negli scaffali è materiale trito e ritrito, gli standards sono graziosi, sono dei testi con sui ci si mette alla prova, sono una sorta di cartina tornasole, un metro di paragone se si cerca di comprendere se chi stiamo ascoltando sia “bravo” oppure no.
Ma basta!
Poi si deve considerare che per gli organizzatori di grandi festival, di eventi in cui il jazz fa la parte colta (ossia in cui il musicista fa da elegante “soprammobile”) apprezzano solo l’avanguardia fatta dai più noti.
Quei personaggi che ti trovi in ogni cartellone, in ogni sagra, in ogni evento per tutta l’estate, che ti portano a chiederti: ma il jazz lo fanno in così pochi? Ci credo che poi la gente si non si affaccia al jazz! Ascolti la solita voce femminile pseudopazzoide, i soliti pianisti giovani e schizofrenici e ti vien da pensare che sto jazz è proprio palloso.
Naturalmente ora evidenzio la mia completa ignoranza musicale e il mio giovane spirito ribelle esprimendo giudizi che nulla possono scalfire...Ma vorrei qualcosa di più!
Se abiti in una città in cui vi sono locali che il jazz non lo fanno solo il giovedì, che rischiano, permettendo a sconosciuti di sciogliersi in azzardate jam sessions scopri che la voglia di fare il jazz c’è, ed è tanta...Mancano le orecchie!
Ci vogliono i numeri! Ci vogliono i numeri! Ci vogliono i numeri! Ci vogliono i numeri!
Questo è il mantra che ogni organizzatore mormora nelle notti prima di presentare il proprio progetto all’assessore di turno: com'è noto il Pubblico (padre-padrone) vuole la garanzia della presenza di un pubblico.
Ed è qui che hanno radici le colpe per i cartelloni che puntano all’esterofilia jazzistica.
E’ vero, i più grandi, coloro che hanno fatto la storia del jazz, non sono tutti cresciuti a forza di pastasciutta e pizza, per cui volendo farli conoscere al “grande” pubblico si fa di tutto per inserirli nei propri progetti italiani…Ma la musica?
Sborsare 3000euro per l’artista, il suo manager (italiano), per i suoi pasti, le sue esigenze fuori pasto, perdere tempo a cercare qualche altro festival che sia interessato allo stesso artista per dividersi il prezzo e spendere di meno.; trattarlo come un Dio con l’ansia continua (perché se l’artista divino si irrita si rischia un flop)…Ma la musica?
In Italia, tra queste 3 mura d’acqua, vi è un fiorire di artisti che si nutrono e sudano jazz: sono giovani, sconosciuti e molti dei quali non hanno neanche un musicista nel loro albero genealogico, se non quel nonno nella banda di paese. Qualcuno vuole fare lo sforzo di cercarli o dobbiamo sperare che anche il jazz venga salvato grazie ad un X-factor ad hoc?

Buona musica


Pubblicato il 16/02/2010