Aemaet
Human Quasar
di Antonio Belmonte

copertina

Il chiaroscurale dualismo tra uomo e quasar - e quindi tra vicinanza e lontananza, definito e indefinito, veglia e sonno, realtà e sogno, tra materia bianca e materia oscura - caratterizza contenutisticamente il primo full-lenght degli Aemaet che, da par loro, sputano sangue nel tentativo di ricreare specularmente anche sul piano musicale tale contrapposizione, lavorando sulla differenziazione sonico-umorale tra la prima e la seconda parte del disco. Se però l’intento originario della band pontina era quello di convogliare rabbia, veleno e frontalità all’interno delle prime cinque tracce, per poi riversare nelle tracce successive la fluttuante alienazione della dimensione onirica, la resa finale sembra invece appiattire quasi tutto l’album sull'ormai collaudatissimo canovaccio post-grunge (sia strumentale che vocale) che ha fatto la fortuna di personcine come Silverchair, Breaking Benjamin, Alter Bridge e compagnia bella (Demons of dawn, The Hangman, A shelter from dreams sembrano arrivare, ahimè, con 15 anni di ritardo).
Una doverosa segnalazione, invece, per le due piacevoli eccezioni di A boy called Hermes e Andy The Mothman, rispettivamente tenute in vita da una sotterranea radiofonicità, la prima, e da un’evocativa aura new wave, la seconda.


Pubblicato il 23/04/2013