Ofeliadorme
Bloodroot
di Antonio Belmonte

copertina

Sarà la familiarità dell’inquietante finale in regressione di Last Day First, che mi rimanda in un lampo all’analogo finale di “Karma Police” dei Radiohead, sarà la voce fluttuante e trasognante di Francesca Bono, saranno forse i chiaroscuri lirici della loro ormai riconoscibile penombra narrativa, fatto sta che non riesco a togliermi dalla testa (e dalle orecchie) l’aura delicatamente visionaria e atemporale degli Ofeliadorme, peraltro già squisitamente tratteggiata dal loro esordio “All Harm Ends Here”.
Musica di transizione quella di “Bloodroot”, se volete di sospensione emotiva/sensoriale, trasversale per forma e per sostanza, poetico veleno che intorpidisce, grazie a Dio, la percezione della realtà per esaltarne la sua immaginifica anticamera. Così, per ogni brano un micromondo sonoro e concettuale, quasi uno stream of consciousness miniaturizzato: le curvature new wave della bellissima Bloodroot (una sorta di delicatissima trasfigurazione pop di “Do you believe in the westworld” dei Theatre Of Hate, se proprio avete voglia di giocare con i paragoni), il disagio esistenziale imprigionato tra i reverberi vocali di Magic Ring, la smeraldina morbidezza dream-pop di Pumpkin Girl (impreziosita dai cori di Angela Baraldi), la catpoweriana nenia allucinogena di Brussels, l’indie-pop ammonitore di Ulysses, la sommessa visionarietà folk-psichedelica di Predictable, l’ammaliante mescolanza in up-tempo di banjo e gelide chitarre edgiane che innervosisce Stuttering Morning e l’epico congedo di Otherwise che rimarca, a suo modo, il “tempus fugit” di virgiliana memoria.
Il disco su misura per chi vuol fare tesoro della propria solitudine, e goderne, stillando i pensieri ad uno ad uno, come perlacee gocce di sangue in caduta libera.


Pubblicato il 10/05/2013