Petralana
A che ora arriva il dj?
di Andrea Belmonte

copertina

Fa un effetto rassicurante inserire nel lettore “A che ora arriva il DJ?”, secondo disco dei fiorentini Petralana dopo “Oggi cadono le foglie”. Rassicurante, perché palesa subito l’assenza di suoni “a cazzo” – ho cercato una definizione migliore senza trovare nulla di altrettanto chiaro – tanto cari agli indie contemporanei; il rullante senza cordiera e l’incedere rilassato della traccia d’apertura, il violino che è sì, trattato, ma suona pur sempre da violino, la voce che non sbraita né ostenta nulla, chiariscono che i Nostri non vogliono mettersi in mostra o atteggiarsi a rockstar de noantri, quanto dire quel che hanno da dire in maniera chiara e comprensibile. Ecco quindi un buon uso delle dinamiche, poco affollamento di parti strumentali durante i cantati, suoni acustici e distorti ben equilibrati; insomma, strumenti e voce duettano bene e il risultato è un disco piacevole, leggibile e scorrevole. Oltre tutto, anche registrato bene.
Sempre sul filo del parlato, la voce di Tommaso Massimo ci porta in giro per una “Firenze deserta, tutta da parcheggiare” in Albe affollate, tratteggia un malinconico ricordo/rimpianto di un’Italia vista cambiare (in peggio) da lontano con in Italia mon amour e non manca di strappare un sorriso – con un che di amaro, a dirla tutta – con la title-track A che ora arriva il DJ?, quadro perfetto di quanto accade ad un buon numero di musicisti colpevoli di trovarsi a suonare nel locale sbagliato al momento sbagliato, in apertura della famigerata performance del DJ: “Qui la gente se ne frega di sentire i fatti miei, sono tutti concentrati sulle scarpe del DJ”.
Ci sono il rock‘n roll e alcune sonorità di matrice floydiana, dentro questo disco, in cui si avverte anche l’eco della tradizione cantautorale italiana – De Gregori in primis, ma personalmente ci trovo anche un po’ di Rino Gaetano –. Ritmi mai troppo spinti e in generale un andamento molto omogeneo tra le tracce.
Volendo trovare un difetto, proprio questa organicità, così come il canto molto spesso più vicino alla parola che alla melodia, potrebbero far pensare ad un eccessivo controllo a discapito dell’istintività. Un colpo non calcolato, una scheggia impazzita qua e là e un approccio più belcantistico alle melodie vocali potrebbero essere la quadratura del cerchio.
Ciò non toglie che “A che ora arriva il DJ?” sia un bel disco e meriti di essere ascoltato più volte – è disponibile anche su Spotify – e acquistato, anche e soprattutto se si vuole bene alla musica italiana di qualità, che c’è ed è tanta, anche se in radio i DJ non la suonano.


Pubblicato il 08/04/2014