Siren
The row
di Davide Cosentino

copertina

Partiamo da un dato di fatto: la scena romagnola/marchigiana è attualmente tra le più floride della penisola, ed i Siren da Pesaro con The row sfornano un disco prodotto, suonato e soprattutto confezionato particolarmente bene. Fuori per Red Cat/Audioglobe/The Orchard, è l’esordio discografico per i quattro rockers, che già in passato avevano collaborato a diversi progetti comuni.
Swan’s tale apre le danze, una gothic ballad molto emozionante che si rivela però essere una intro, considerati i 2 minuti del brano e l’evidente diversità con il resto del materiale proposto. Il suono è definito e la voce piena e molto calda. Molto riuscito l’inserimento di una guest vocalist, che purtroppo svanisce in pochi secondi, per far strada a quello che definirei un metal-rock d’impatto di stampo anglosassone (Dr.Saint, Lonely dance, Love is gone); ottimi arrangiamenti, linee di chitarra al limite della perfezione, basso à-la Steve Harris prima maniera, gran cori, pochi ma raffinati assoli. Che si trasforma, poi, in un potente indie rock (Roger sabbath, Carpet, Spit, Mission, Wave) molto devoto al core sound di Franz Ferdinand e Killers ma con venature malinconiche che sanno molto di scandinavo ma anche di punk-rock primi Offspring/Millencolin.
Track ’92 ricorda un po’ troppo i Katatonia di Viva emptiness nel cantato, ma nel complesso è un ottimo esempio di hard rock contemporaneo. Falling down strizza un po’ l’occhio al sound d’oltremanica anni ’90, ma il tappeto di synth crea un bel mix difficilmente criticabile e la cosiddetta “forma canzone”, definizione oggi sulla bocca di molti, in quanto lontano ricordo di ciò che fu, con The row trova una dimora sicura, anche se spesso, durante i numerosi ascolti dedicati a questa fatica discografica, si ha l’impressione di un qualcosa di già sentito.
Attualmente impegnati in un tour italiano e in procinto di varcare i confini, i Siren hanno la possibilità di mostrare la loro energia e farsi conoscere da un pubblico eterogeneo, con la speranza che in futuro il songwriting venga indirizzato verso una maggiore originalità. In quel caso, saremo i primi a riconoscere che il rock italiano è ancora vivo e futuribile.


Pubblicato il 02/02/2015