Afterhours
Folfiri o Folfox
di Paolo Bartaletti

copertina

La cosa più sorprendente nel ricevere il nuovo (doppio) album degli Afterhours per la recensione sta nel trovarlo accompagnato da una lunga lettera a cuore aperto di Manuel Agnelli che spiega il titolo (purtroppo non comico come sembra, anzi) e, soprattutto, il suo desiderio di liberarsi di "gabbie e regole" che, al cospetto degli eventi, anche drammatici, della vita, risultano solo ridicole. Un urgenza comunicativa che, effettivamente, si riverbera nel nuovo lavoro, con testi che raramente hanno toccato temi così intimi del Nostro (Grande, L'odore della giacca di mio padre per limitarsi a quelle più direttamente legate all'evento luttuoso che lo ha recentemente colpito) ma non dimenticano di aggredire lo stato delle cose con la consueta spiazzante intelligenza di sempre (il singolo Il mio popolo si fa o la stessa title-track) affrontando a ruota libera il tema della morte nella sua non attesa sorpresa, ma anche e soprattutto quello della vita che dovrebbe esserne il dignitoso preludio è troppo spesso non lo è.
Ma è musicalmente che arrivano le sorprese più gradite perché, a prescindere dall'ennesimo cambio di formazione (che poco altera la sostanza), si ritrovano le ballate di bellezza lancinante che non si sentivano dalle Piccole iene; il bolero-rock di Non voglio ritrovare il tuo nome, autentica meraviglia al pari di Se io fossi il giudice, che nella resa sonora ricordano alcuni dei cavalli di battaglia storici con l'arrangiamento (sontuoso, per altro) di oggi, ma anche Grande o Ti cambia il sapore o Né pani né pesci. E anche i pezzi "avanguardisti" di cui era infarcito Padania sono qui diversi, più maturi e meno cervellotici. Non mancano i punti interrogativi (San Miguel) ma l'album è sostanzialmente organico e attuale, psichedelico e duro quanto basta ma melodico come ai tempi migliori.
Il maestro è tornato ed è ispirato. Da non perdere.


Pubblicato il 15/06/2016