Tunguska
A glorious mess
di Antonio Belmonte

copertina

Fin dalla sua opener (Tomorrow’s voice) il debutto dei Tunguska ci catapulta all’interno di un meandro sonoro dai concilianti filamenti psichedelici dove l’effettistica sulla voce di Gennaro Spaccamonti e le robuste vaporizzazioni della sua 6 corde – sommate alla batteria esuberante e tonica di Nicola Monti – ci riconducono se non proprio alla “sagra dei déjà-vu” (Anywhere but here) a una certa familiarità di suoni e atmosfere che affondano i polpastrelli nella più acidula marmellata britannica di un ventennio addietro.
Brit rock rivisto e (poco)corretto quello del duo forlivese che – sorretto dalla vigorosa produzione artistica del buon Paolo Mauri – lavora sulla componente più muscolare di quella scena infilando 11 brani, poco variegati a dire il vero, che fanno dell’istintività da sala prove la loro ragione di vita, propinandoci una versione più spedita e tranchant degli Stone Roses quanto degli Oasis o, se volete, una variante più legnosa e sbarazzina dei Jesus and Mary Chain.
Dunque, elettricità a ettolitri, feedback a prezzi di saldo, melodia quanto basta, un salutare bisogno di cazzeggio e quel tanto di nostalgia e voglia di acidi (in senso figurativo ovviamente) che se non aggiungono un granché al carrello della spesa provocano comunque a dismisura il nostro manopolone del volume.


Pubblicato il 28/10/2016