Godwatt
Necropolis
di Davide Cosentino

copertina

Necropolis. Titolo decisamente evocativo per il quarto album del terzetto frusinate. Un disco massiccio e ruvido, grezzo e blasfemo, che imprime il suo trademark sull’ascoltatore senza sconti di sorta. Colate di granito, puro doom sabbathiano della prima ora. Notevoli i riff in stile Paradise Lost di Gothic nella titletrack o quelli monolitici in memoria dei Cathedral di Forest of equilibrium (Morendo).
Come se non bastasse, l’alchimia che scaturisce dalla fusione a freddo tra lo stoner e il doom in Siamo noi il male ha qualcosa di magico: è come se sullo stesso palco ci fossero Maiden, Sabbath, Gorefest e Saint Vitus. E poi la scelta di cantare in lingua madre eleva il coefficiente di difficoltà: anche i bambini sanno che il nostro idioma non è mai stato nelle corde dell’heavy metal. Questione fonetica, dicono. Ma i Godwatt se ne fregano e tirano dritto vincendo la sfida, cercando la metrica e l’iconografia che già favorì il successo dei Bachi Da Pietra, fra gli altri. Escamotage che riesce meno in È la tua ora e Tra le tue carni, figlie di un potente hard rock che strizza l’occhio a dei primordiali Litfiba. Tenebre spinge sul classico, omaggiando idealmente i primi Death SS: pionieri inarrivabili dell’horror music. A fondere passato con presente, mantenendo vivo il fuoco della passione. Avanti così.


Pubblicato il 05/03/2018