Guignol
Porteremo Gli Stessi Panni
di Vittorio Lannutti

copertina

Giunti al nono album i milanesi Guignol, dopo l’ennesimo cambio di formazione, puntano ancora di più all’essenzialità. Porteremo gli stessi panni, come i lavori precedenti, è un ottimo disco di denso cantautorato neorealista dalle tinte blues-rock. Pier Adduce, leader e deus ex machina della band milanese, ha composto sette brani ben sagomati e penetranti nonché, con gli altri tre musicisti, ha musicato due poesie del poeta e grande attivista politico lucano Rocco Scotellaro: nella fattispecie, Pozzanghera 18 aprile, scritta evocando la sconfitta elettorale del fronte socialista alle elezioni politiche del ‘48 per l’allora militante comunista e futuro sindaco di Tricarico (MT) - e dove il quartetto enfatizza il senso di sconfitta con un blues caratterizzato da evocative chitarre di frontiera - e Padre mio, un altro blues ben orchestrato frutto di un’aspra discussione che Adduce ha avuto con il padre. Famiglia che, peraltro, rappresenta uno dei temi portanti del disco, come ribadisce anche il folk-rock blueseggiante di Sei fratelli.
E poi ci sono le metafore religiose, trattate come miti, nel senso più antropologico del termine, che costituiscono una caratteristica ben rodata nelle liriche di Adduce, come chiaramente emerge in Come Maria Vergine. La malinconia, invece, domina la scena in 1979, brano che descrive la distruzione per mano dell’eroina.
Un lavoro che per quanto condensato in appena 31 minuti risulta prodigo di spunti culturali, antropologici, musicali e autobiografici, e che tra un omaggio a Matteo Salvatore, un inchino a Gaber e Jannacci e una velata devozione al blues dei Bad Seeds e Hugo Race, scorre via energicamente facendo riflettere moltissimo.


Pubblicato il 15/03/2018