Bud Spencer Blues Explosion
Vivi Suona Blues Ripeti
di Luciano Bellanova

copertina

Una delle maledizioni più diffuse, tra gli ascoltatori di musica con uno spirito critico maggiore o uguale a quello di un adolescente, è il dover vivere la delusione di non ritrovare in una band amata in passato quella scintilla che fa partire l’ascolto ossessivo: il “consumare” la loro musica nel senso più passionale e istintivo del termine.
Ho discusso di E tu? insieme a due miei amici con i quali condivido chilometri ed entusiasmo a causa dei Bud Spencer Blues Explosion. Parliamo di un contesto sbrigativamente conservatore: poche le sorprese che hanno la possibilità di essere metabolizzate velocemente, si arriva quindi facilmente al letale “Sono diventati mainstream“. Condanna che la mia generazione forse ha imparato a infliggere ai tempi del passaggio degli Arctic Monkeys da a A.M., considerato da molti come l’inizio di un’inversione di tendenza.
Ci sono tanti fattori che possono determinare i cambi di rotta di un’artista, ne studiamo gli esempi sui libri di scuola, ma spesso non si accetta questo processo come qualcosa di genuino e credibile. Non si tiene conto, cioè, di quello che l’artista vuole dalla sua arte, dal “contratto” che egli stipula con se stesso quando inizia la sua attività e dal fatto che le sue clausole cambiano in continuazione a seconda del modo considerato più appropriato di condividere e comunicare. Non ritengo questa visione giustificazionista come può sembrare, dal momento che gli ascoltatori di musica con uno spirito critico maggiore o uguale a quello dell’adolescente di cui sopra non possono in nessun caso far finta di non riconoscere che l’offerta è così ampia da non permettere deficit di curiosità nella ricerca di qualcosa adatto al sempre sopra-citato “consumare”.
Per farla breve: se qualcosa smette di piacerti devi dedicare del tempo a capire la causa di ciò, non potendo prescindere dal tener conto dell’indipendenza tra l’oggetto (arte) e il soggetto (pubblico).
Si tratta di praticare, in evidente contrapposizione con un’ ”offerta così ampia”, un comportamento intellettualmente onesto che segua un metodo di fruizione che rimanga senza dubbio inesorabilmente soggettivo, ma che proprio per questo deve seguire delle regole. Una lucidità che solo una corretta gestione del proprio tempo può dare, buona pratica che oggi ha fattezze troppo simili alla perdita di esso, perché normalmente lasciamo che sia altro a dettare i nostri ritmi.
Con Vivi Muori Blues Ripeti non ci si può certo fermare all’apparente semplicità paracula del primo singolo. C’era tanta curiosità intorno al modo in cui Viterbini e Cesare Petulicchio potessero pensare di sintetizzare le rispettive escursioni soliste tra Pop, World, Soul e Indie intraprese dalla sospensione del progetto. Il nuovo album è un marasma di suoni a cui lo stampo analogico della produzione, registrazione e missaggio di Marco Fasolo conferisce una propria autonomia, secca e pulita. Una volta ascoltate tutte le tracce però si ha l’impressione di guardare una cartina geografica con territori dalla quadratura regolare: niente più ricorrenti guerre civili tra corposo folk-pop e hard-blues per ravers in borghese, ma una distribuzione proporzionale di BPM. Al duo romano serviva trovare pace con la sua prima infanzia incorniciata dall’immagine felice in cui Dan Auerbach e Patrick Carney (i Black Keys) li spingono sull’altalena del parco comunale.
Lo fa riprendendone la sensuale frizzantezza degli ultimi dieci anni tirandone fuori il poker di brani iniziale, in cui già risaltano il contrappunto di nuovi suoni e la mano di nuovi musicisti e parolieri (Umberto Maria Giardini e Davide Toffolo, tra gli altri), le cui fatiche contribuiscono a tenere in piedi il gioco della generale e selvaggia insolenza da blues-rock moderno. Da Allacci e sleghi l’album si mostra per quello che è: un rito pagano ballato al ritmo della classica dialettica bluesman-donna-diavolo. Nell’introspezione tipicamente blues di Vivi Muori Blues Ripeti trova un senso il tempo impiegato dalla band affinché l’energia si accumulasse e fosse pronta per trovare una forma. L’ascoltatore invece, cercando un senso alla lunga attesa di quattro anni dall’ultimo album, lo trova nel raccogliere l’invito a ritrovare nell’opera la carica emotiva e lacerante che da sempre è il cuore della produzione dei Bud.
Ed è così che tra chitarre ringhianti, cantilenanti, distorte da pezzi di carta e tremolanti come molle di materasso, tocchi di piano, synth, echi, aride sessioni ritmiche che sembrano aver viaggiato attraverso il Mediterraneo e voci rauche, si arriva all’ultima traccia Calipso, quella che sembra a tutti gli effetti un omaggio a Dancing Days dei Led Zeppelin.
I pezzi si susseguono imprigionando piccole jam nei momenti finali, che altro non sono se non backdoor per poter spingere le idee durante i live attraverso l’improvvisazione (lo stesso album nasce da diverse jam della band insieme a musicisti loro amici). Nessun lavoro in studio potrà mai intrappolare tutto quello che viene sprigionato sul palco dalla band. Vivi Muori Blues Ripeti risulta essere, alla fine dei giochi, un lavoro di una rispettabilità e precisione senza pari nella discografia di Viterbini e Petulicchio, ma soprattutto una scusa utile a loro per continuare a suonare e a noi per continuare ad ascoltarli: un’ottima scusa.


Pubblicato il 16/05/2018