Franco Simone
Per Fortuna
di Paolo Bartaletti

copertina

Un po’ come in Ratatouille, quando il terribile critico Anton Ego si scioglie di fronte al piatto che lo fa ripiombare nei ricordi dell’infanzia più intima, anche nel sottoscritto - tutt’altro che terribile - si è scatenato un temporale emotivo alla richiesta di recensire il nuovo lavoro di Franco Simone, contenente, tra l’altro, una comparsata dei mitiiìci Inti Illimani. Dunque, nell’ordine, Franco Simone, gli Inti Illimani e un padre assessore in una cittadina operaia che per la prima volta sembra aprire a eventi musicali di forte impatto (Miguel Bosè, all’epoca idolo internazionale, il Cocciante di Margherita, Alberto Camerini, dominatore estivo e, appunto, Franco Simone e gli Inti Illimani, questi ultimi tra i più grandi compositori di musica andina e non solo, perseguitati dal regime di Pinochet per le loro idee e a lungo esiliati in Italia). Essere il figlio dell’autorità preposta aveva i suoi vantaggi, quali la cartolina di Franco Simone con l’autografo, custodita gelosamente tra i più preziosi trofei, o la salita sul palco a urlare ”El pueblo unido jamas sera vencido” a squarciagola, per poi ritrovarsi in collo ai membri del leggendario gruppo cileno con tanto di dedica personalizzata sulla copia dell’LP regalato.
Ecco, tutto questo si è improvvisamente riaperto dentro, con qualche lacrimuccia a corredo, solo per aver letto il press-kit di accompagnamento al nuovo album di Franco Simone, che del Cile (meglio, del Sudamerica) ha fatto la sua seconda patria artistica, grazie al riconoscimento smisurato che vi ha ricevuto e che da queste parti non è stato purtroppo di pari misura.
Archiviato il tempo dei ricordi, che mi andava di condividere, diamo spazio alla musica. Il cantautore pugliese ha ancora una grandissima voce, dal timbro particolare, che ricorda quella di un grandissimo della musica italo-francofona come Salvatore Adamo (oggi siamo in versione “radio nostalgia”) e che dà il meglio di sé quando si cimenta nel dialetto salentino. Per il resto c’è un grande lavoro di arrangiamenti accurati e, soprattutto, ci sono delle belle canzoni, sia folk che melodiche, le quali, seppur a volte inevitabilmente un po’ datate nella concezione, si lasciano godere a fondo. Ecco, si parla un po’ troppo di amore, vero, ma mi sento di perdonare totalmente il Nostro perché, alla fine, riesce a dimostrare che il successo degli anni ’70-’80 non è stato, come per tanti altri colleghi, una fortunata coincidenza, ma il frutto di un talento cristallino e di un lavoro meticoloso.


Pubblicato il 23/07/2018