Herself
Rigel Playground
di Luciano Bellanova

copertina

Dopo aver ascoltato più volte Rigel Playground di Herself e aver dato un’occhiata più onesta ai testi mi sono ritrovato a fissare il muro con la sgradevole sensazione di sentire il bisogno di dover postare uno stato passivo-aggressivo contro tutti quelli che mi hanno fatto incazzare dal 2011 a oggi, mentre qualcosa nella mia testa, al contempo, mi invitava ad armarmi per un’apocalisse zombie. Eppure l’estetica dell’ennesimo lavoro ben riuscito del siciliano Gioele Valenti (già JuJu, Josefin Ohrn, Lay Llamas) sembrerebbe muoversi senza troppi spargimenti di sangue nella direzione del classico alt-folk: un sound stilisticamente mezzo lisergico e mezzo vagabondo a base di zucchero e sabbia. Una roba alla Nick Drake, Neil Young, Mark Linkous o Sufjan Stevens.
Ma forse l’autore e la sua opera sembrano voler raccontare qualcosa di più freddo, ma non meno intenso, una storia che si trova da qualche parte nello spazio-tempo tra la vostra cameretta, l’orbita terrestre, l’adolescenza e un tempo scandito dal crescere della muffa sopra un vecchio fumetto di fantascienza in cantina. Le liriche trasudano una rabbia e un’alienazione da vecchio punk consumato che però passano splendidamente in secondo piano al cospetto dei suoni spizzicati a quattro mani, e a due ugole, insieme a Jonathan Donahue dei Mercury Rev (The Beast of Love). Il tutto suona oltremodo corposo e trasmette la sensazione che le canzoni siano state prima scritte senza limitare la verve più psichedelica e oscura, per poi venire compresse all’interno di un qualcosa che rimettesse tutto in ordine in alta definizione. Insomma, meraviglie della tecnica dispensate con gusto, esperienza e attenzione a non annoiare. Valenti sa proprio come non farsi dimenticare.


Pubblicato il 12/10/2018