Jocelyn Pulsar
Contro I Giovani
di Paolo Bartaletti

copertina

Francesco Pizzinelli, con il suo progetto Jocelyn Pulsar, rappresenta un antesignano di quell’indie-pop “simpatico” e piacione che oggi va per la maggiore; appare invero emblematico in tal senso il passaggio di Bangladesh dove il Nostro ci ricorda che “il recensore entusiasta del mio disco, stasera è andato a vedere Calcutta, e mica me”. Già, perché Pizzinelli giocava con le parole e con Garella ben prima che Edoardo D’Erme diventasse davvero mainstream cantando di Hübner, ma senza riscuotere lo stesso boom di ascolti del secondo.
E dopo quindici anni di carriera arriva l’album più intimista, dove si ironizza sui sogni rimasti nel cassetto e sulla mancanza di forza per realizzarli (anche perché, magari, nel frattempo arrivano i figli a sconvolgerti la vita) guardando indietro a come si era, con nostalgia, ma senza invidiare i giovani di oggi ché “se il telefono sceglie per te la musica da ascoltare, e tu lo chiami progresso, mi chiedi che cosa facevamo la sera senza il cellulare, noi facevamo sesso”.
Testi brillanti e spiritosi come sempre, un'aumentata introspezione e qualche provvidenziale sperimentazione sonora - per cercare di superare quel fastidioso senso di lo-fi estremo dei precedenti album - rappresentano le note positive di questo ritorno; sono invece uno scivolamento verso melodie jovanottiane o silvestriane (Scopamica) e l’eccessiva brevità del disco a incarnare le stonature di un lavoro che può vantare in Superman contro Van Damme il proprio vertice emozionale.


Pubblicato il 23/10/2018