I Hate My Village
I Hate My Village
di Luciano Bellanova

copertina

Per descrivere le sensazioni che storicamente mi lasciano i “super gruppi” non trovo modo migliore che paragonarli all’esperienza di un super film dal budget gonfiato che non riesce ad esprimersi se non attraverso i bei faccini dei suoi protagonisti. Ho cercato quindi di moderare l’entusiasmo quando il progetto I Hate My Village si è palesato nelle home dei Social e dei servizi di streaming, così come i bei faccini di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35), Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle). Il primo singolo, Tony Hawk of Ghana, è un buon trailer, efficace nello svelare le intenzioni della formazione e individuare la cornice entro cui le note caratteristiche stilistiche dei suoi componenti si muoveranno.
Viterbini e Rondanini compongono il nucleo primordiale, attratti l’un l’altro dalla passione per la musica africana che ha costituito una parte significativa delle loro recenti collaborazioni artistiche (Bombino, Rokia Traoré). I due decidono di dare una forma compiuta alle ore di jam e al traffico di audio Whatsapp, mettendosi nelle mani di Fasolo, già produttore dell’ultimo album dei Bud Spencer Blues Explosion. L’eponimo lavoro in studio è un’opera di cucitura tra improvvisazioni e altri risultati del feeling tra i due, ripuliti e ordinati al mixer sulla falsa riga proprio di Vivi Muori Blues Ripeti. Con la medesima sobria asciuttezza nel gestire le esuberanti distorsioni di uno e le nevrotiche ritmiche dell’altro.
Le tracce effondono un’aria urbana, multi-etnica e dinamica, mostrando tanta personalità quando costringono a una piacevole confusione tra il deserto del Sahara e quello del Nevada (Fame), o tra i demoni tribali e i diavoli sulle sponde del Mississippi (Bahum). E lo fanno soprattutto quando sono impreziosite dalla voce di Ferrari, chiamato in causa a lavoro praticamente finito, ma perfettamente a suo agio nell’animare le fugaci forme suggeritogli dalle basi, e a contribuire a creare una sorta di effetto “vedo-non vedo” tra la notevole tecnica del gruppo e il mood “sciallo” delle composizioni. Approccio che permette piccoli intermezzi lo-fi (Location 8) e fantasiose escursioni afro-poliziesche (Tramp).
A quasi trentotto anni dal ben più ambizioso My Life in the Bush of Ghosts di Brian Eno e David Byrne e dalle altre prime vere attenzioni di artisti occidentali per il continente nero, l’esordio I Hate My Village potrebbe fare da ulteriore porto aperto per la musica indipendente italiana a un più continuo approvvigionamento a queste sonorità. Un processo in atto ormai da tempo e che ci porterà presto a saper propriamente distinguere, per esempio, il sound dei Tuareg da quello del Mali, entrambi richiamati da questo disco.
Sebbene non si percepiscano vette di ispirazione straordinarie queste nove tracce portano ampiamente a termine il compito di stimolare la curiosità dell’ascoltatore verso questi generi, anche in vista dell’imminente tour della band. Vero banco di prova per il progetto, che ci permetterà di capire se non stiamo parlando solo di cazzeggio di qualità.


Pubblicato il 11/02/2019