Petralana
Fernet
di Paolo Bartaletti

copertina

L’elogio della semplicità. Nel senso più alto del termine, ché in questi tempi caotici e confusi tornare a cercare di riscoprire le nostre radici, depurandoci dalle mille sovrastrutture create nella tenace convinzione di evolvere, è probabilmente l’unica strada da percorrere. E i quattro fiorentini lo hanno ben compreso, sfornando un concept che dichiaratamente prende spunto dai testi di Pavese e Fenoglio – e da come eravamo nella pancia rurale del secolo scorso - per narrare la storia di Pietro, contadino che fugge dalla povertà delle Langhe nella seconda guerra mondiale in cerca di libertà e affermazione, arruolandosi militare e, scoperti gli orrori del conflitto, diserta e fugge verso l’America, assaporando pian piano il sapore agro della nostalgia per il legame con la terra, mentre riflette sui valori lasciati.
E il recupero metafisico della semplicità si accompagna coerentemente alla scelta musicale: canzone d’autore di altissima qualità, senza orpelli inutili, composta con strumenti basici e arrangiamenti artistici alquanto minimali. Si scorgono chiari i rimandi a ciò che di meglio la nostra canzone ha prodotto, dai tempi di De André sino ai Têtes De Bois e al miglior Capossela (Sguardo di tuono), ma si lambiscono anche confini lontani, come nel tex-mex delle splendida Verso la sementeria, forse il punto più alto di un album a dir poco strepitoso e di toccante maturità. E all’uscita dell’album si affianca la messa in scena di una rappresentazione teatrale che appare davvero imperdibile.


Pubblicato il 07/03/2019