Umberto Maria Giardini
Forma Mentis
di Paolo Bartaletti

copertina

Non un album facile da assimilare il nuovo di Giardini, che se da un lato riversa la sua faccia più spensierata nel progetto Stella Maris, dall’altro prosegue in una carriera solista sempre meno cantautoriale e sempre più rock-oriented.
E mentre i testi permangono assolutamente onirici (appare sempre più difficile comprenderne a pieno il senso ma restano sicuramente poetici nella loro musicalità) sono le linee sonore a imporre un reiterato ascolto che paga sulla lunga distanza, mettendo in risalto, per la maggior parte dei brani, sonorità più dure rispetto al passato, con l’esaltazione delle chitarre in una psichedelia tanto cupa e pastosa quanto pronta ad aprirsi in improvvisi sprazzi di luce, a tratti ricordando da vicino i The Brian Jonestown Massacre del geniale Anton Newcombe (la bella La tua conchiglia, posta in apertura, su tutte o la acida e strumentale Vortice cremisi).
Non mancano un paio di ballate, tanto care ai fans di vecchia data (il singolo Pleiadi in un cielo perfetto, evocativa ai massimi livelli, o Di fiori e di burro, vero e proprio inno alla dignità, o la più languida Le colpe dell’adolescenza); ma la svolta hard risulta evidente e, come di consueto nel Nostro, di altissimo livello.
Lavoro di pregevolissima fattura che ripagherà abbondantemente chi avrà la pazienza e la costanza di calarcisi a fondo e che si conclude con la meravigliosa title-track che rappresenta probabilmente una delle più belle pagine di post-rock italiano da un po’ di tempo a questa parte. Artista immenso e autentico patrimonio da non disperdere.


Pubblicato il 20/03/2019