Virginiana Miller
The Unreal McCoy
di Paolo Bartaletti

copertina

I Virginiana Miller ritornano dal loro immaginario viaggio negli Stati Uniti con due sostanziose novità racchiuse in un nuovo album: la prima è l’utilizzo della lingua inglese, la seconda un lavoro che ricorda da vicino gli A Toys Orchestra. Non che questo rappresenti un particolare problema, stante il valore assoluto del gruppo di Moretto e compagni, ma sinceramente si resta un po' spiazzati tenuto conto che i livornesi erano arrivati a un livello di primaria rilevanza nell’indie-pop nostrano, sfociata negli innumerevoli e prestigiosi riconoscimenti raggiunti dal precedente Venga Il Regno nel 2013; e questa rivoluzione, evidentemente frutto di necessità di cambiamento, arriva inaspettata.
La bella prosa di Simone Lenzi, pari forse solo a quella di Bianconi dei Baustelle, per quanto chiaramente trasformata per adattarsi alla nuova veste non perde una virgola in intensità espressiva, e il Nostro, con la sua bella voce calda e profonda, ben si presta alla trasfigurazione americana, tanto da ricordare personaggi del calibro di Lanegan o Dulli.
Musicalmente parlando, a parte il country style di The End of Innocence, la scaletta riserva una caleidoscopica esibizione di suoni indie contemporanei (dalla ballata acida del singolo Lovesong ai suoni più “virginiani” di Old Baller), con la chitarra assoluta protagonista, i quali lasciano la sensazione che grazie a questa scelta il prodotto potrebbe funzionare anche all’estero. Il tempo ci dirà.


Pubblicato il 01/04/2019