Daniele Sepe
The Cat With The Hat
di Vittorio Lannutti

copertina

Il disco numero ventotto dell’immenso musicista napoletano si differenzia dalla sua produzione più ‘classica’ già soltanto per il fatto di essere meno variegato dal punto di vista delle sonorità folk internazionali, nel suo voler omaggiare il sassofonista argentino Gato Barbieri. Dunque, in questo lavoro Sepe si è giocoforza concentrato esclusivamente sul folk dell’America Latina fuso con il jazz. La creatività e l’ecletticità che da sempre caratterizzano le produzioni di Sepe sono presenti anche in questo lavoro che non si atteggia a convenzionale disco di cover dell’artista omaggiato di turno.
Il sassofonista napoletano, infatti, ha pensato bene di riproporre soltanto due brani di Barbieri (in realtà potremmo dire uno e mezzo dato che un brano è la caraibica Song for Che, un pezzo di Charlie Haden, contenuto in Crisis di Ornette Coleman, in cui Gato Barbieri ha dispensato il suo contributo) e del latin-jazz di Nunca Mas, scritto dallo stesso Barbieri.
Le altre nove composizioni sono quasi tutte brani tradizionali che Sepe ha voluto suonare immaginandole come se avesse dovuto suonarle Barbieri. E così, dopo aver inizialmente reclutato appena un manipolo ristretto di musicisti argentini e brasiliani, che hanno suonato con lui nella Brigada Internazionale insieme a Roberto Gatto e Stefano Bollani, il numero degli ospiti è via via cresciuto gradualmente fino a raggiungere le 27 unità, come del resto accade sempre nei dischi di Sepe, notoriamente affezionato ai grandi collettivi orchestrali.
In scaletta troviamo brani del repertorio popolare sudamericano, già presenti nel DNA di Barbieri, come La partida di Victor Jara, Los ejes de mi carreta di Atahualpa Yupanqui, il tango di Naranjo en flor di Virgilio e Homero Exposito, il tradizionale venezuelano Montilla (Mariano Montilla era un generale dell’esercito del libertadores Simon Bolivar), oltre a quella Odio l’inverno scritta dallo stesso Sepe ma malinconicamente e melodicamente devota a Estate di Bruno Martino.
Come è da tradizione nei dischi di Sepe si parte con un’idea di massima per poi finire a spaziare istrionicamente dove porta il cuore, anche se magari l’idea iniziale avrebbe dovuto limitarsi a omaggiare un singolo musicista. Ed è proprio questa libertà di movimento che rende panoramici e multicromatici i dischi di Sepe.


Pubblicato il 22/05/2019