Succi
Carne Cruda A Colazione
di Andrea Belmonte

copertina

Sai son molto appassionato del tuo disco
L’ho sentito già una volta quasi tutto
C’è parole che però non ci capisco
Che comunque lì si sente del disagio.
C’è qualcosa di frizzante e anche un po’ jazz!
Al-go-rit-mo
Nella mia playlist non so manco chi-manco chi ho quasi dieci euro di impianto audio...


Io il disco di Succi l’ho ascoltato un bel po’ di volte, con un impianto audio “vecchia maniera” e mi ritrovo nel punto di vista dell’autore: poter ascoltare musica in ogni dove grazie a dispositivi di ogni tipo è magnifico, ma pensare di entrare davvero nel mondo di un artista armati di solo un paio di cuffiette o di un minuscolo altoparlante da telefonino forse è un po’ troppo riduttivo.
Quindi, caro lettore, se sei incuriosito da Carne cruda a colazione, rispolvera il vecchio hi-fi che hai in cantina, attacca all’ingresso ”aux” il computer, il tablet, possibilmente il buon vecchio lettore di “cd fisici” e alza il cursore a un volume ragionevole.
Soprattutto, non pensare di dare il via al disco e metterti a fare le faccende di casa, tenendolo come sottofondo; rischieresti di non capirci nulla, perché questo è tutt’altro che un album di canzoni orecchiabili: piuttosto un reading trasposto su disco, e a quel che dice Succi ci tiene parecchio.
La musica c’è, ma con la precisa funzione di fare da sfondo alle parole, che sono quel che di più conta per l’autore e fondatore dei Bachi da Pietra, qui alla sua seconda prova solista (peraltro alla produzione c’è Ivan A. Rossi, già noto per i suoi lavori con Baustelle, The Zen Circus, Dimartino).
Dieci tracce dalla struttura per nulla pop che definirei piuttosto delle litanie fatte di loop percussivi e synth per lo più - che a tratti fanno pensare a un Giovanni Lindo Ferretti meno pomposo - dieci storie senza ritornelli con le quali l’autore porta alla nostra attenzione la sua visione della contemporaneità, tra sani principi morali tanto decantati quanto disattesi (Povero zio), superficialità nell’approccio all’arte da parte di chi ne fruisce (Algoritmo, da cui è tratta l’apertura della recensione), cui fa pari l’instabilità in cui sguazza, suo malgrado, chi cerca di tirarci fuori di che vivere (Arti); e ancora le distrazioni digitali che annebbiano in maniera inquietante la visione del quotidiano (Grazie per l’attesa), unite ad altri mostri e immagini del nostro tempo.
Il tutto sbattuto in faccia senza filtri, senza melismi di maniera, con una voce volutamente quasi monocorde, tipo quella che hai al mattino appena alzato dopo una serata da cerchio alla testa.
Da ascoltare, anzi meglio, da leggere mentre lo si ascolta, così com’è, senza istruzioni; poiché, come ci dice l’autore presentandolo, “come svegliarsi e far l’amore prima di dover parlare, la carne accade”.


Pubblicato il 25/09/2019