Maic Check
Sole Nero
di Davide Cosentino

copertina

Beautiful flower, appena sbocciato. Ma anche vagina, vulva. In slang hawaiano è semplicemente Punani, che è anche la traccia che colpisce i neuroni più esposti alla melodia di Sole Nero, disco autoprodotto dall'MC Simone Marano. Che per sbarcare il lunario ha varcato il confine con la confederazione elvetica: “Non sono vero né finto, né ateo né circonciso, né Italo-Swizo, né Manson né Luca Di Risio” si descrive chiudendo la prima barra di Stereotipato.
Mentre Ricordi e la titletrack richiamano in qualche modo il buon Ensi, king dell'Hip Hop nostrano della scorsa decade, per arrangiamenti e flow; quell'Hip Hop che ha chiuso definitivamente col passato e aperto irrimediabilmente al pop; non più da centro sociale e graffiti, ma nemmeno completamente da cameretta o da finto gangster. E sicuramente non da passaggi su Spotify o views su Youtube. Insomma, quello ancora legato a un concetto di “moderata rivolta” e “dal basso” di Stokka e MadBuddy o Cane Secco, per esempio; e non per forza quello di Sfera e soci, autoreferenziale, plastificato e plasmato da major e media.
Beat, soul e sapori caraibici rimbalzano piacevolmente (The Tribe), assieme a qualche giro di chitarra qua e là; e non importa in fondo se le tracce si arrampicano su basi molto elementari e scarne (a parte la sopracitata hit sui frullati, ndr), perché Simone ha un bel timbro, caldo e spesso, che copre buona parte dello spettro. Un indipendente in un genere che ha perso quasi tutti i riferimenti reali dopo il successo ultra commerciale della trap.
C’è parecchio da migliorare ma la strada è sicuramente quella giusta.


Pubblicato il 01/10/2019