Cesare Basile
Cummedia
di Paolo Bartaletti

copertina

Se qualcuno mi chiedesse oggi un modello di musica etno/folk da prendere come riferimento non avrei dubbio alcuno nell’indicare Cesare Basile, che sta dedicando alla sua Sicilia questa (lunga) fase della propria luminosa carriera, non limitandosi all’uso del dialetto ma creando uno stile che ammanta di modernità la tradizione popolare della musica etnica; come ad indicare la strada affinché questo prezioso genere non viva solo di autorevoli ricordi del passato o, comunque, di imitazioni più o meno velate di essi.
Basile non richiama la tradizione ma la crea a suo modo, lasciando intatti i temi della cultura popolare (dalle ninne nanne ai racconti tramandati) e calandoli in sonorità cupe ed elettriche che solo a tratti rimandano al caro vecchio blues, privilegiando piuttosto delle cantilene noir con arrangiamenti maniacali quanto vincenti.
In Cummedia (che contrariamente a quanto si possa pensare significa Stella Cometa, antico presagio di sventure) per lo più si analizzano le reazioni dell’animo umano di fronte a varie “infezioni”, come nell’emblematico testo di Cchi voli riri?, blues ipnotico praticamente parlato, che narra di un contagio malefico di follia tra simili, ognuno abbagliato dalla propria convinzione di “giusto”, che porta alla (auto)distruzione, come una sorte di peste autoinoculata (chiaro specchio dei tempi).
Se Basile fa senz’altro bene alla musica folk in generale e alla Sicilia in particolare, questa scelta estrema probabilmente non lo ripaga, rischiando di confinarlo, lui che rappresenta una delle più autorevoli menti del nostro cantautorato, in una nicchia per pochi con conseguente scarsa diffusione della propria opera; ma evidentemente l’amore prevale sulla gloria personale. E noi ne prendiamo atto affascinati.


Pubblicato il 21/10/2019