Maya Mountains
Era
di Vittorio Lannutti

copertina

I Maya Mountains tornano finalmente in sella e a dodici anni dall’ottimo Hash And Pornography pubblicano il loro secondo disco sulla lunga distanza, anche se a dire il vero il trio veneziano in questo arco di tempo non č mai stato con le mani in mano, coltivando i due side-project Goliath e Tundra.
Il disco si muove come un vero e proprio concept che narrativamente gira intorno alla storia di Enrique Dominguez, un vagabondo che, dopo un salto nel tempo, atterra nel deserto di un mondo sconosciuto; si punge con un cactus e cade in stato di allucinazione in una cittą disabitata. Al di lą delle mura lo aspettano delle oscure presenze: minotauri e cerberi che lo inseguono per bere il suo sangue. In cima alla torre sacra parla con uno stregone, il quale, con una maschera da gatto, recita delle preghiere e lo fa volare attraverso costellazioni nello spazio infinito, dove orbiterą per sempre, fra galassie e polveri stellari.
Le coordinate musicali, invece, sono quelle di un heavy-psych-stoner oltremodo darkeggiante. Nel primo lato la vena stoner predomina con le colate laviche di In the Shadow e le tensioni umorali di Dead City a fungere da bastioni portanti. Nella seconda parte, invece, il ritmo si velocizza, fino a raggiungere i picchi dinamici nel rock'n'roll di Baumgartner e nella travolgente cavalcata finale di El Toro.
Un progetto, dunque, che per quanto devastante, plumbeo e a tratti esasperante, vince a mani basse laddove sa destabilizzare e affascinare al contempo.


Pubblicato il 13/04/2020