Perturbazione
(Dis)amore
di Luciano Bellanova

copertina

Ascoltare (Dis)amore, il nuovo album dei Perturbazione, è un po’ come celebrare la prodigiosa capacità umana di creare musica leggera. Immaginiamola come materia fumosa che rimane intrappolata sul soffitto della camera: abbastanza in alto da permetterle di rimanere lì, senza la tentazione di farti aprire la finestra per tornare, come per inerzia, ai pensieri di prima; abbastanza densa da intrattenerti con i suoi movimenti a ghirigori e piroette come Michael Stipes nel video di Losing My Religion o le dita di Johnny Marr nel riff di This Charming Man.
Eppure i presupposti sono stati tutt’altro che leggeri per me, avendo associato la band a un tipo di pop impegnativo e stratificato: leggasi “noioso”. Banali pregiudizi che corrispondevano semplicemente all’immagine della stessa distrattamente costruita da appannati ricordi sanremesi nonché da un idealtipo di musicista quarantenne riconducibile vagamente a certe foto promozionali dei The National. Un attento ascolto della loro discografia ha preso agilmente a schiaffi il mio provincialismo da quattro like su Pitchfork e ha allungato la vita ai miei 12 secondi di attenzione da millennial.
La formula si ripete nel corso degli anni: quella che attinge avidamente al Pop e al Rock della fine del secolo breve e ai capricci delle manopole di quello brevissimo. La narrazione ossessionata dalla bellezza degli episodi, degli oggetti, dei dettagli e dei pensieri della vita quotidiana, un occhio di bue che fa brillare finanche le vocali emesse da Tommaso Cerasuolo. I piemontesi fanno quello che il mastro falegname fa con due pezzi di truciolato, mentre lo startupper rampante nel padiglione accanto sta ancora accendendo il computer. Diversi approcci creativi figli di epoche diverse, eppure il “vecchio” cerca di stare al passo, e di certo in questi 70 minuti spalmati su 23 tracce c’è modo di notare altre più o meno aggiornate citazioni letterarie e musicali (in Ti stavo lontano sbucano i chitarrini à-la XX, per dire).
Il concept pretende almeno inizialmente un ascolto ordinato delle tracce che ha il retrogusto dell’alito cattivo al mattino dopo una serata a base di alcool e sigarette: dalla festa ai rimorsi, dal sogno all’incubo, dai crescendo alla quiete. Una sorta di viaggio dantesco capovolto: prima il paradiso, con i due protagonisti che si conoscono (Le regole dell’attrazione), che si amano, e poi l’inferno del tormento e della battaglia, della consapevolezza e della lucidità dell’”analisi della sconfitta” (Le assenze).
I Perturbazione hanno fatto davvero un gioco sporco: praticamente impossibile non riconoscersi in molti dei capitoli che compongono la storia; allo stesso tempo ogni singola nota sembra possedere l’orgoglio e la gioia di un inno a se stessi, quasi stessimo semplicemente parlando di un Best Of ben compilato. Particolarmente ispirati infatti risultano pezzi come Mostrami Una Donna, Temporaneamente e Dieci Fazzolettini.
Nell’episodio del podcast Consigli Non Richiesti di FREKT, il batterista Rossano Lo Mele, con la voce narrante di Filippo Carrozzo, nota divertito come a ogni inizio di decennio sia uscito un album importante per la loro discografia. Dopo In Circolo, Del Nostro Tempo Rubato e, appunto, (Dis)amore, come dargli torto?


Pubblicato il 30/06/2020