Jolanda
Aubade
di Antonio Belmonte

copertina

Placidamente, con incedere cangiante, le trame lirico/melodiche di “Aubade” mi riportano quasi istantaneamente alla danza macabra immortalata nel finale de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman: ma se là il destino del protagonista e dei suoi amici sembrava compiersi ineluttabilmente qui, nelle sette storie surreali di “Aubade”, i relativi personaggi provano fattivamente a ridisegnare il loro destino prendendo parte tutti insieme ad una parata silenziosa in’attesa dell’alba, affinché una salvifica speranza possa annichilire per sempre le loro angoscianti paure.
Si sprecano le suggestioni in questa seconda fatica di Jolanda (all’anagrafe Jolanda Moletta) che - col pregevole supporto di Demian Endian (già voce e chitarra dei Jungle Fever) e di altri valenti collaboratori (Marcello Vento, Eros Giuggia, Laura Vertamy) - costruisce un mondo invisibile, onirico e cupamente fiabesco, eppur tangibile per smisurata capacità evocativa. I talentuosi fraseggi autunnali di Yann Tiersen, le dissonanze vocali di Tori Amos, i lontanissimi aromi progressive, gli inaspettati contrappunti jazzati e una seducente sospensione spazio-temporale dal celtico retrogusto vengono rimodulati secondo personalissime e ricercatissime codificazioni musicali (anche grazie all’uso funzionale di carillon, macchina da scrivere, violoncello, kalimba) che rendono le armonie di “Aubade” estremamente affascinanti.
Waiting, Baby Butterfly, We Can (parade) e Orchids le colonne portanti di un’opera fondamentalmente pop, colta ma per nulla didascalica, magistralmente orchestrata ma priva di tecnicismi gratuiti, dotata di arcane fluorescenze eppure così umanamente terrena.


Pubblicato il 10/05/2010