Ludovico Einaudi
di Sara Bracco

Un ritorno a casa in pieno stile a chiudere il live europeo del compositore e pianista Ludovico Einaudi, a dieci giorni dalla vigilia di Natale. In un’atmosfera intima e raccolta, nonostante i velluti imposti e le camicie stirate di fresco, il Teatro Regio di Torino accoglie a braccia aperte e con accogliente familiarità uno dei maggiori artisti torinesi.
Tanta grazia in abito scuro e tanta leggerezza di tasti certo non si lasciano intimorire dal contesto ma, anzi, con amorevolezza e premura se ne prendono cura, addolcendo i lineamenti qui sfarzosi ed elegantemente esposti o là - ricordiamo il suo ultimo concerto l'Auditorium Horszowski – lasciandosi palsmare con il sinuoso e fertile contorno delle colline albesi.
E’ un viaggio ricco d’ispirazioni e suggestioni che gocciola sui tasti, sulle corde, tra le introduzioni percussive e tutt’intorno ai loop melodici. Atmosfere sospese che a tre anni dal successo ora consolidato di “Divenire” tornano a trascinare l’ascoltatore in un labirinto di tredici tracce; parliamo di “Nightbook” nuova creatura del pianista torinese, tracce che ci accompagneranno diventando l’argomento scelto per tutta la durata del concerto.
Appunti notturni che vanno a contatto con l’onirico e parlano di quelle emozioni più profonde, fatti di contesti minimali per un solo strumento o contornati d’interventi elettronici, quelli di Robert Lippok, di un violino e una chitarra, quella di Federico Mecozzi, delle percussioni e del secondo violino di Mauro Durante, della viola di Antonio Leofreddi e del violoncello di Marco Decimo, il tutto inquadrato dalle luci curate di Miguel Ramos.
Ed è facile chiudere gli occhi e lasciarsi rassicurare dalle ovattale proiezioni di quel pianoforte corvino che si serve di dolcezza (The Crane dance), di malinconia (The tower) o di sognante astrazione (Reverie). Così tutto inizia a danzare vorticosamente intorno, tra riverberi dal sapore ambient o incalzanti e descritti tumulti timbrici, spazi interminati in cui il pianoforte sembra perdersi, circondato da anime simili e sensibili, che sia quella sensuale di un violoncello o quella sbarazzina e impertinente di un violino, tra le danze mistiche e ancestrali di una spirale percussiva o punzecchiato qua e la da un’elettronica rarefatta.
Più di un paio di bis che non dimenticano neppure i successi passati ma che viziano ancor di più quel pubblico così devoto all’artista e così giustamente meritato.


Pubblicato il 29/12/2009