MEI
di Francesco Pizzinelli

Faenza, 28 Novembre 2010


Del MEI si parla male ma poi ci si fa sempre un salto: questa è la “vulgata” dalle mie parti, in Romagna, in particolare a Forlì: quest’anno il “mio MEI” però si è ridotto alla sola giornata di domenica, perché la sera prima avevo un concerto a Genova, sì, avete letto bene, ho suonato in Liguria e poi sono ripartito per essere presente la mattina dopo a Faenza, tra l’altro,per la prima volta non da semplice visitatore ma, contemporaneamente, espositore ed artista accreditato.
Il caso vuole che io sia il primo del programma, alle 11:40: appena arrivato, con gli occhi ancora semichiusi per il sonno, vengo portato dai miei compagni di banchetto nella “zona live”…Fa un gran freddo, in Italia ha nevicato quasi ovunque, a Bologna la partita di campionato verrà sospesa per impraticabilità e del resto io stesso, durante il viaggio di ritorno, mi sono lasciato alle spalle diverse zone imbiancate. Qui invece piove, le gocce sono gelide, il cielo è grigio. E il MEI è vuoto. Ok, è ancora mattina, fa un freddo cane, le attenuanti generiche ci sono: arrivo al palco e vengo avvisato che siamo in forte ritardo e che quindi suonerò un pezzo solo, poco male con il sonno che ho; mentre mi accingo a salire (davanti a me dieci persone ma, approssimando per difetto, siamo in media con i miei live) vengo stoppato e invitato a compilare e firmare un modulo…Cos’è? Non lo so, la stanchezza mi impedisce di indagare oltre, so solo che senza di quello non si suona: alla faccia dell’ “indie” penso, ma proseguo, canzoncina eseguita, la gente applaude, bene così.
Mentre mi reco al tavolo della mia micro-label mi accorgo di alcune novità: uno degli stand che l’anno scorso ospitava i banchetti quest’anno è dedicato a ulteriori concerti, il che tutto sommato non è che sia una brutta cosa, ma potrebbe stare ad indicare un aumento delle “defezioni” dal punto di vista degli espositori…Chissà? Sto poco al mio posto, ho fame e vado verso la zona del bar, e così i conti tornano perché uno degli stand che l’anno scorso era dedicato ai live, è diventato un ristorante. Ok, però io, da tradizione, mangio il panino del negozio biologico, non perché io sia particolarmente salutista, ma perché c’è sempre zero fila.
Col panino in mano faccio un giro più ampio e mi rendo conto che, anche quest’anno, le principali etichette dell’indie italiano sono assenti, anzi c’è pure qualche defezione in più: peccato, perché mi ricordo che fino a qualche anno fa io al MEI ci venivo anche, forse soprattutto, per trovare i dischi che non riuscivo a trovare nei negozi (qui ho preso i primi di Artemoltobuffa e Non Voglio Che Clara, due dischi che poi si sono rivelati personalmente molto importanti). Ora niente, solo alcune etichette minori, molti editori, alcune webzine e radio indipendenti: e ora, il ragazzetto che portava il demo del suo gruppo e lo lasciava nei “bidoni” delle etichette, ora che fa? Non c’è più nessuno a cui lasciarlo, e per forza che poi la gente cala…Nel primo padiglione comunque trovo lo stand più grosso, quello della SIAE! Ora, non voglio essere né retorico né massimalista, ma a mio parere, in un evento dedicato alla musica indipendente, questa presenza, così preminente poi, stona parecchio. Comunque, finito mezzogiorno e iniziato il pomeriggio, continua a non esserci questo gran pienone, insomma, niente a che vedere con gli anni precedenti.
Continuo a districarmi tra immagini di Mara Maionchi e di una cantante che, mi dicono, abbia vinto X Factor, mi riferiscono di premi a Tiromancino, Renzo Arbore, anche ai Litfiba: resto perplesso, ma alla fine neanche tanto, ormai la tendenza è questa già da qualche anno, si rischia qualcosa nei confronti del pubblico indipendente della prima ora a favore di una utenza più generalista.
La giornata passa e piano piano gli stand iniziano a svuotarsi: io intanto ho rivisto con piacere alcune persone, ne ho conosciute altre, e alla fine il bello del MEI è proprio questo, incontrarsi…Anzi, sembra ormai che in molti vengano esclusivamente per questo, per fare incontri.
Forse una volta c’era qualcosa in più.


Pubblicato il 15/12/2010