Bobo Rondelli
di Antonio Belmonte

Bobo Rondelli è un po’ come il grande Totò: un misero canovaccio di base e poi via, il resto viene da sé. Il “maledetto” livornese è un grande improvvisatore, sì, ma non di effimere elucubrazioni costruite sul nulla bensì di genuini sfoghi dotati di non comune memoria storica e sensibilità cantautorale. Bobo Rondelli è una maschera tragicomica generatrice di consapevolezza e coscienza sociale attraverso l’arte perigliosa dell’irriverenza e dell’anticonformismo.
Se n’è accorto il folto pubblico di Terranuova Bracciolini quando fin dai primi scampoli di concerto ha preso confidenza con questo disperato intellettuale ubriacone e le sue storie-canzoni, popolate da perdenti e sognatori: magistralmente accompagnato sul palco da quattro amici fidati – due fiati, un piano/tastiera e una batteria – il randagio cantore-poeta, magnificamente accomodato tra arrangiamenti folk e increspature jazzate, durante la prima parte dello show, quella più intimista, snocciola a ruota libera gli episodi più rappresentativi del proprio repertorio (Madame Sitrì, Cuore di bimbo,Gigi Balla, Ho picchiato la testa, L’ultima danza, Corri treno e Licantropi) alternandoli a reinterpretazioni personalissime di gloriosi successi italiani del passato (su tutte Un anno d’amore di Nino Ferrer e Il bimbo sul leone di Celentano), a riletture in musica di memorabili poesie (Il cielo è di tutti di Gianni Rodari) e a sferzanti reprimende contro la classe politica e i “signori della guerra” (”Perché migliaia di mine anti-uomo sono italiane e voi imprenditori italiani che le fabbricate siete uomini di merda”). Tra un’accordatura e un’altra imitazioni volanti di Pelù, Celentano e Mastroianni e sacrosanti ringraziamenti a Gino Strada e alla sua Emergency, suggellati dagli applausi del pubblico.
La seconda parte del live lascia campo libero al disimpegno, alle battute e ad un corposo riempitivo in salsa soft-rock di classici epocali, da Ruby Tuesday a Rebel Rebel, passando attraverso un’insolita Love will tear us apart e una sempre efficace Perfect day (”se l’avessi scritta io questa canzone col cazzo che sarei qui!”)…E come degna chiusura di uno spettacolo anarchico, irriverente, dissoluto, ma dannatamente romantico e sognante, quale migliore congedo di una All you need is love d’annata intervallata da cordiali vaffanculo dedicati ai vituperati “conquistatori” statunitensi?


Pubblicato il 27/06/2011